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“Non puoi sconfiggere il tuo cuore”

Per anni, anche se il suo impressionante talento le ha portato fama e adorazione, Florence Welch è stata tormentata dal disprezzo verso se stessa. Qui ci racconta di come ha finalmente trovato una tregua nella sua guerra interiore.

Qualche volta mi ricorderò di qualcosa di stupido che ho fatto da ragazzina – come provare a farmi un tatuaggio in faccia a 14 anni – e dovrò sedermi e riprendere fiato. Perché non riesco a credere di averla scampata, di essere sopravvissuta a quegli anni. O forse no? Ma almeno sono ancora viva.

Ci vuole un po’ per capire il tuo valore. Mi sono disintossicata a 27 anni, qualche mese dopo la mia festa di compleanno in cui mia madre fece un discorso ai miei amici – una supplica, in realtà – per cercare di tenermi in vita e lontana dal noto “club dei 27”. Quando finì, mi buttai con la faccia nella torta e mi infilai in doccia completamente vestita. Quel giorno non avrei mai pensato che la mia festa dei 30 anni sarebbe stata una serata sobria e tranquilla con buoni amici e buon cibo, che ho mangiato davvero; che avrei sventolato bandiera bianca a una festa, stesa sul pavimento con un braccio in aria  – mi arrendo, basta. Sin da ragazzina, per celebrare la fine dei miei vent’anni avevo pianificato una sorta di baccanale alternativo, lungo un’intera settimana.

Tendo a guardare indietro a quel periodo con un mix di nostalgia e di terrore. C’è una parte di me che è ancora incantata da quella ragazza, la sua totale incuria per l’autoconservazione, il modo in cui si lanciava a capofitto nel mondo, con gli occhi chiusi, senza pensare alle conseguenze. Ma vorrei anche tenerla stretta tra le mie braccia e dirle “Va tutto bene, sei a posto, puoi scendere adesso. Hai urlato in cima a quell’albero per troppo tempo.”

Anche se lo ammiro con una sorta di mal di mare, molto del mio coraggio durante l’adolescenza e i primi 20 anni veniva dal disprezzo per me stessa. Ero capace di spingermi oltre i limiti e correre rischi perché non ero molto preoccupata di uscirne viva o meno. Di solito, lo scopo era dimenticare. Non so se fosse dovuto alla pressione sociale o a una predisposizione genetica all’ansia e al perfezionismo (i disturbi alimentari e le dipendenze sono comuni nella mia famiglia) ma da qualche parte lungo il confine ho percepito che stavo sbagliando, che non ero abbastanza brava, abbastanza intelligente o abbastanza magra. Ero perennemente arrabbiata con me stessa. Com’è successo, non lo so – sto ancora cercando di capire cosa porta le giovani donne a farsi la guerra da sole. Ma il coro del giudizio non ha mai smesso di cantare. Canta ancora adesso, anche se non così forte e non così spesso, ma quando lo fa cerco di non curarmi con vodka liscia o digiuni.

A volte sento la mancanza dei miei ruggenti anni adolescenziali – irrompere in edifici abbandonati, arrampicarmi sugli alberi a Soho Square, stare fuori casa per giorni, raccogliere vestiti e lividi lungo la strada. Ero abbastanza selvaggia per essere qualcuno che viveva ancora a casa, anche se era una casa di accademici affettuosi ma assenti, con ben sei teenager in giro, dove era facile scivolare fuori dai radar. Tutto era terribile e magnifico e tutti erano sempre o follemente innamorati o completamente affranti, spesso nell’arco di mezz’ora. Ho attraversato alcune fasi molto discutibili riguardo l’abbigliamento, da “libraia ubriaca” a “strega-pipistrello ubriaca” e ora so per certo che la fila in mezzo ai capelli non si addice a una fronte ampia edwardiana. Ma la maggior parte di tutto ciò non lo riporterei indietro.

È stato strano lasciar andare tutto questo e per un po’ ci sono stata male. Essere una musicista e una bevitrice ti può portare ad avere un’esistenza piuttosto viziata e ti rende più difficile crescere. Sentivo che andare alle feste era una caratteristica distintiva della mia personalità – brava a cantare, a bere e a drogarsi. (Nota: se pensi di essere brava assumendo molte droghe, solitamente significa che non lo sei affatto e dovrai fermarti alla fine, o peggio.)

Ma la nuova emozione di andare da qualche parte con tutte le mie cose dietro, senza che qualcuno mi facesse sentire inappropriata in un parcheggio, non mi ha mai lasciata.

Sembra un miracolo passare i miei lunedì a lavorare o leggere piuttosto che guardare ininterrottamente Bake Off, incapace di muovermi e piangendo a intermittenza dentro il cuscino, sperando che l’affondo blocchi i rimorsi. Ci sono anche altri miracoli quotidiani. Non mi peso da quattro anni – non ho idea di quanto pesi adesso. Cinque anni fa avrei saputo dirti quanto pesavo a tutte le ore, di notte, di giorno, con e senza vestiti, con e senza gioielli. Essermi liberata di tutto questo qualche volta mi sembra un traguardo più grande di essermi esibita da headliner a Glastonbury.

Può sembrare che sia un po’ drammatica (chi, io?) ma chiunque abbia vissuto sotto la tirannia delle bilance capirà quanto sia difficile fidarsi del proprio corpo. Pensavo che il mio rapporto col cibo non sarebbe mai stato normale; pensavo che fosse rovinato, senza possibilità di rimedio. Ma adesso posso dire francamente che non ci penso più. Non sono a dieta. Non mi “depuro”, cazzo. Cerco di non pensare agli alimenti come buoni o cattivi. Mi ci è voluto molto tempo ma l’ossessione è svanita. E ho dovuto fare la cosa peggiore che potessi pensare – iniziare a parlarne. Il disturbo alimentare ti vuole silenziosa, isolata, piena di vergogna. Ti dirà qualsiasi cosa pur di tenersi tutto per sé. Probabilmente in questo momento ti sta dicendo che non dovresti dire il suo nome, che è tuo amico. Ma il tuo corpo è molto più di una cosa da guardare, funziona insieme a te, non contro di te. Non puoi sconfiggere il tuo cuore.

Con questo non voglio dire di aver risolto tutto  – non sono certo un’emblema di integrità. Se ti sei privata del nutrimento, puoi anche negarti quello emotivo. Trovo difficile accettare l’amore, accettare la stabilità. Poter provare una grande quantità di gioia significa poter provare una quantità di tristezza ancora più grande. Posso scendere dal palco mentre il pubblico mi applaude e sedermi di nuovo da sola nella mia stanza, guardando il telefono fino a trovare abbastanza materiale da rendermi infelice. Le foto senza filtri dei paparazzi ci riescono bene o anche errori di outfit che non moriranno mai. Sebbene ami i social media come un modo per connettersi, sono anche uno strumento semplice per scavarti la tua buca della vergogna personalizzata. L’autolesionismo ti cambia profondamente, ma ci sto lavorando. E più sono sincera, più divento felice. Non credo più nell’autodistruzione come un mezzo per la creatività. E meno preoccupata sono su come appaio o su quello che ho fatto la sera prima, più energia ottengo da mettere nel mio lavoro. Sono riuscita a cavarmela nonostante i miei demoni, non a causa loro.

Mi chiedo se la me ragazzina sarebbe sconvolta dai miei venerdì sera adesso: a mangiare pasta e guardare la TV con qualcuno che mi tratta bene. Penserebbe che io sia banale? Diversi giornalisti si sono lamentati con me della “carenza di rock star che si comportano da rock star”; ma il piacere non mi ha mai dato la libertà che desideravo. E non sono neanche più sicura dell’atteggiamento rock’n’roll che ci si aspetta dagli artisti. Troppi talenti sono morti e il mondo è troppo fragile per sorseggiare champagne e voltare le spalle.

La maggior parte degli amici con cui bevevo hanno dovuto smettere. Si ripuliscono ad uno ad uno come pezzi di legno a riva e ce stiamo tutti insieme sulla spiaggia in una specie di scioccato sollievo. Cuciniamo, parliamo, lavoriamo. La gente ha iniziato ad avere bambini e ad andare a letto presto. E tutte le noiose storie sulla crescita che prima respingevamo ora ci sembrano in qualche modo ribelli. È un atto di ribellione rimanere presenti, andare contro a una società che ti vuole anestetizzato, guardare altrove. Ma noi non dobbiamo guardare altrove. Mortificarsi in nome dell’arte significa sempre che l’arte si è fermata e che un’altra voce è persa. In questo momento storico, non è mai stato così urgente far cantare quante più voci possibili.

Articolo originale su Vogue UK, luglio 2019. Traduzione a nostra cura.