La grande sacerdotessa del pop mette a nudo la sua anima in questa raccolta aperta di testi e poesie che sancisce il passaggio da bambina selvaggia ad adulta

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Penserete, dopo quattro album di grande successo, che Florence Welch conosca bene la propria voce. Eppure, la prima raccolta di testi e poesie della cantante riguarda proprio l’imparare a parlare. “Che cosa direi / Se fossi solo io a parlare / Non circondata da cori, mentre canto continuamente”, chiede in Song, la poesia di apertura.

Ha senso. “Forza della natura” è un cliché che la potente voce della Welch spesso evoca, ma ha un fondo di verità: per lei una canzone è qualcosa che proviene dall’altrove e la attraversa. “Sono un conduttore ma totalmente ignaro della propria saggezza”, dice nella prefazione.

Quel sentimento di sublime sottomissione a poteri esterni prevale nei testi frenetici del suo album di debutto, Lungs – intervellati da dipinti di Waterhouse, stampe di Morris e scarabocchi in biro sul block notes dello Chateau Marmont – in cui l’amore è un cataclisma cosmico, una trasformazione in licantropi, un treno che ti sfreccia contro. Rabbit Heart (Raise It Up) la coglie tremante sull’orlo della fama mondiale, “una ragazza dal cuore di coniglio/ bloccata davanti alle luci di scena”, mentre si sacrifica a un potere che la trasforma, fin troppo consapevole che tutto “ha un prezzo”.

Nel suo secondo album, Ceremonials, si è riconciliata con se stessa, diventando un personaggio semi-mitico, un’alta sacerdotessa della catarsi dai lunghi abiti fluttuanti (a differenza di molti volti della scena pop, l’indolente Florence non ha mai provato a somigliare a nessun altro se non a una ragazza che ha lasciato la scuola d’arte privata e il cui secondo nome è Leontine). Sentimenti oceanici traboccano in What the Water Gave Me, che prende il nome dal dipinto di Frida Kahlo e fa riferimento al suicidio di Virginia Woolf con la frase “le tasche piene di sassi” (i riferimenti letterari della Welch hanno portato i suoi fan a formare un book club) .

Arrivata al suo terzo album più “nudo”, How Big, How Blue, How Beautiful, Florence ha frenato l’imprudenza suggerita dalla canzone Hurricane Drunk in Lungs e, in canzoni come Ship to Wreck, inizia a riconoscere che invece di essere alla mercé di un mare vendicativo, potrebbe essere lei stessa l’artefice della propria autodistruzione.

I suoi testi più recenti, in High As Hope, si spingono ancora più lontano dalle astrazioni: invece di diavoli, demoni, santi e stelle, c’è un’ammissione sincera nelle battute iniziali del singolo Hunger: “A 17 anni, ho iniziato a morire di fame / Pensavo che l’amore fosse una specie di vuoto.”

Eppure scrivere poesie, dice la Welch, “si è dimostrato su molti aspetti ancora più rivelativo”. La prima poesia in questa sezione, Song Continued, inizia immediatamente a interrogarsi sulle differenze. “Questa nuova voce, questa ‘mia’ voce / è colloquiale/ confessionale?” La poesia si chiede quali storie raccontare e quali invece affrontare di persona. Quei racconti di black-out dovuti alle sbornie del suo periodo di dipendenza da alcol e droghe? Un “threesome interrotto”? Florence non è del tutto a suo agio con questi “gingilli torbidi”: per lo più queste poesie trovano una voce più personale senza doversi scambiare rivelazioni, continuando quel movimento verso la dimensione umana tracciata anche dall’evoluzione dei suoi testi musicali. In Honeymoon, che fa riferimento alla sua canzone Shake It Out, sente gli scheletri di coloro che ha ferito rantolare dietro di lei come le catene di Jacob Marley in Canto di Natale. La catarsi, a quanto pare, non è priva di danni collaterali.

La nuova voce, alla fine, emerge analitica, più fresca, più forte. Alcune delle poesie finali della raccolta sono intitolate I Guess I Won’t Write Poetry e I Cannot Write About This: esse giocano, in maniera autoreferenziale, con questo strano e innovativo tono, e lo fanno anche con una certa sicurezza.

La madre di Florence è una professoressa di studi rinascimentali al King’s College di Londra: si preoccupava spesso per sua figlia quando saltava l’università per concentrarsi sulla sua carriera musicale, lamentandosi con un sonoro “Che cervello sprecato!”. Sia i testi che la poesia presenti in Useless Magic convalidano la scelta della Welch, offrendo la possibilità di apprezzare sul nudo palcoscenico di una semplice pagina bianca la finezza delle sue parole. E come l’altro poeta-musicista Nick Cave (ringraziato per “l’ispirazione e l’incoraggiamento”), Florence ha trovato un modo per far coesistere canzoni e quella voce di ragazza dal cuore di coniglio. Come lei stessa dice: “Puoi avere tutto”.

Traduzione di un articolo del The Guardian.