Intervista esclusiva a Florence Welch: rinunciare all’alcol, crescere con grazia e il suo nuovo album, High As Hope

Con il suo incredibile nuovo disco, la cantante affronta finalmente i suoi demoni. Ripulire la sua vita privata ha dato un nuovo impulso alla sua produzione musicale, come racconta a Dan Cairns.

Quando era bambina, Florence Welch ha cantato, per un breve periodo, nel coro della scuola. Chiunque abbia familiarità con la sua voce – e, con tre album n.1 e un’esibizione a Glastonbury da headliner, parliamo di un buon numero di persone – non sarà sorpreso nell’apprendere che ha faticato a integrarsi. Come performer e cantautrice, da adulta, ha costruito la sua reputazione sul melodramma, a livello vocale e lirico (e, come vedrete, nella sua vita personale).
Questo le è stato molto utile in qualità di musicista professionista. Per quanto riguarda il coro della scuola, quella era tutta un’altra questione. “Cantavo”, ricorda la Welch, “e i ragazzi della fila di fronte si giravano con espressioni che sostanzialmente dicevano: ‘Che cazzo stai facendo?'”

Non è difficile da immaginare. Da allora, con i Florence + the Machine, ha pubblicato il suo primo album, Lungs, nel 2009, e ha usato la sua voce e il suo personaggio come un’arma, combattendo i suoi demoni e forzando gli ascoltatori alla sottomissione. In parte musa pre-raffaellita, in parte moderna Janis Joplin, la 31enne si è data in passato allo smercio di caos emotivo e traumi. Ciò potrebbe aver prodotto canzoni indie-rock e rococò dal potere viscerale, ma fallì – si rende conto solo adesso – nell’affrontare i problemi personali che era convinta di stare già affrontando con la sua scrittura. È l’errore più vecchio del mondo: solo perché sei espressivo, non significa che ti sei espresso. Ed è un errore, come dice una delle sue nuove canzoni, che ha continuato a fare “ancora e ancora e ancora e ancora”.

Ci incontriamo in un bizzarro club privato vicino al Tamigi che funge anche da gigantesco negozio di antiquariato. In un ambiente elegantemente decorato, la Welch si siede, senza trucco e bellissima, sotto un enorme lampadario, con il suo abito floreale fluttuante – Bloomsbury incontra Biba – ed è come essere in un’altra epoca. Gli svariati braccialetti sui polsi tintinnano durante la nostra conversazione.

Due anni fa, qualcosa iniziò ad andare nel verso giusto. Florence smise di bere e di assumere droghe e cercò aiuto. Era necessario da tempo, dice. “C’era definitivamente, finalmente, un’accettare di aver bisogno di parlare con le persone, invece di usare canzoni per farlo, invece di avvolgere un sentimento in una qualche metafora simile a cattedrali gotiche, cercando di svignarmela.”

Florence dice di aver abbandonato quella “faccenda dell’artista torturato”.
RICHARD ISAAC / REX / SHUTTERSTOCK

“Perché è quello che ho fatto – mi sono nascosta. Avevo trovato il modo di essere un po’ intima con il mondo, ma in realtà non l’avevo fatto. Ciò significa che le cose più oscure presenti in me continuavano ad esistere, continuano ad accadere. È stato quando ho iniziato ad essere veramente onesta nella mia vita reale che è cambiato tutto. E poi, stranamente, questo ha aiutato il lavoro.”

I risultati si possono ascoltare nel nuovo album dei Florence + the Machine, High as Hope, il primo che ha anche co-prodotto. Come prima, molte delle canzoni mettono ordine tra la devastazione [fisica e mentale] ma racchiudono anche quel barlume di luce da poco riscoperta. La novità è che la Welch ha capito che non può trovare le risposte che cerca nella carriera lavorativa ma che esse sono presenti in una catena di eventi, un modello comportamentale pre-esistente.

Nella commovente South London Forever, Florence torna alla sua adolescenza e ai suoi giorni al college scoprendo ragazzi, alcol, pillole e affermando che “Non potrebbe andare meglio di così” prima di chiedersi: “Ho sognato troppo in grande? Devo abbandonare tutto ciò?” No, e sì, con enfasi. “Penso che quella canzone riguardi questo… brevissimo battito di ciglia, quasi”, dice la Welch. “Ero sul tetto del Museo Horniman, ero adolescente, hai presente? E poi- “Woah.” Poi ho sbattuto le palpebre e, dopo quattro album, è tutto un ‘Oh mio Dio, c’è tutta un’altra parte della mia vita che dovrei provare a comprendere. Quando lo faccio?'”

Un’altra canzone, Grace, è una scusa, in forma di canzone, a sua sorella minore, un’espiazione per tutti quegli anni da buona a nulla e per tutti i mancati compleanni. Questa è una classica mossa da cantautori, dico: puoi rassicurarti sul fatto di aver chiesto scusa, ma ne hai tirato fuori anche una canzone.

Florence sbuffa con una risata esasperata. “Grace era letteralmente tipo ‘Che cazzo? Mi hai fatto passare tutto questo, e ora? Avresti potuto dirmi che mi volevi bene. Non devi essere così inglese su questo tema e poi farne una canzone pop'”.

“Provo un grande affetto per lei, è una persona così importante nella mia vita, ma in nessun modo potremmo sederci l’una di fronte all’altra dicendoci ‘Ti amo così tanto’. Tutta la nostra famiglia è piena di problemi di intimità. Siamo terribili nel sentirci dire che siamo amati e nel dire alle persone che li amiamo. Quindi quella canzone è proprio come una grande bomba”.

Florence e sua sorella sono cresciute in una famiglia bohémien allargata, che comprende attori, accademici, dirigenti pubblicitari, giornalisti e redattori di giornali. La creatività è stata incoraggiata, la conformità disapprovata. C’è una meravigliosa citazione nei documenti del fotografo Diane Arbus sulla scuola Rudolf Steiner che sua figlia ha frequentato a Manhattan. Anni dopo, l’ex preside, disilluso dall’educazione progressista, mandò una lettera ad Arbus. “Nell’essere incoraggiati ad esprimersi”, ha scritto, “gli studenti sono stati indotti a pensare che l’espressione di sé fosse la moneta della vita e che qualsiasi conto potesse essere pagato con esso. Non capivano che l’esperienza di vita era necessaria per far fronte alla realtà”.

“Mi rivedo totalmente in questo, così fortemente”, dice la Welch. “C’era questa traiettoria magica che ti faceva capire di essere in grado di fare tante cose, ma ciò significava anche sorvolarne altre. La gente sta iniziando a sposarsi, ad avere figli – mia sorella minore lo ha già fatto. Quindi c’è questo improvviso ‘Oops'”.

 “Penso di riversare così tanto di me nei miei album, mi permettono di crescere. Ma c’è anche quest’altra questione, avrò mai un’altra identità?”

“Il lavoro è così divorante, ma c’è anche questa sensazione di ‘C’è qualcos’altro?’ Ti perdi alcuni dei momenti di crescita, penso, e devi raspare in cerca di un appiglio, proprio per questo motivo”.

Florence ripercorre la sua storia fino ai primissimi giorni della sua carriera, quando è emersa dalla scena di Londra Sud, tra Peckham e Camberwell, con i singoli Dog Days Are Over e You’ve Got the Love. “Sicuramente non ero una che ha intrapreso questa strada solo per fare musica. Ero tipo ‘Oh mio Dio, bevo per vivere, vado alle feste!’ Quindi non si trattava di purezza di espressione. Ma mi andava bene così.”

Con la crescita della sua fama e del suo patrimonio, Florence è diventata sinonimo di un approccio vecchio stile ai festini: i famigerati raduni post-club a casa sua si sono allungati tranquillamente fino al giorno successivo (e qualche volta al successivo). Si è innamorata e disinnamorata, ha avuto il cuore a pezzi, ha ricucito le ferite (o almeno così ha pensato) ed è passata al successivo disastroso trionfo.

Il suo album di debutto è stato seguito da Ceremonials (2011) e How Big, How Blue, How Beautiful (2015) – quest’ultimo su un amore ossessivo e non corrisposto, che ha dato alla band il loro primo N.1 negli Stati Uniti. Poco dopo la sua uscita, sono stati headliner a Glastonbury dopo il ritiro all’ultimo minuto dei Foo Fighters. Doveva essere un momento di festa ma le difficoltà erano imminenti.

 

Giovane e persa: i Florence + the Machine si esibiscono al Clapham Common, 2008.
JAMES MCCAULEY/REX/SHUTTERSTOCK

“Gran parte del nuovo album riguarda la ricerca di una soluzione”, afferma, “mentre l’ultimo era: ‘dovrei fidanzarmi con la soluzione’. E quello precedente era: ‘Posso bere e prendermi la soluzione’. Questo nuovo album ha finito con l’essere più aperto, tollerante. Forse non c’è una soluzione – ma mi sta bene così. Prima ero sempre io contro me stessa e se adesso riuscissi a trovare un modo per prendermi a calci da sola, lo farei, che si tratti di me che inseguo qualcuno non disponibile, o andare in giro a sbronzarmi. All’epoca non me ne rendevo conto, ero tipo ‘No, no, no, lo sto facendo per divertimento, per amore.’ Ma l’obiettivo finale era sempre essere triste e sola”.

Florence allude a questa autodistruttività e alla sua fuga da essa in Hunger, un altro pezzo che emerge in High As Hope. L’album è il migliore della sua carriera, il cui uso di spazio, sfumature e moderazione è un mondo lontano anni luce dal precedente lavoro della Welch. Esso si chiude con la silenziosa e rivelatrice No Choir: “There will be no grand choirs to sing/no chorus will come in/no ballad will be written/this will be entirely forgotten.” [“Non ci saranno grandi cori da cantare / nessun coro entrerà / non verrà scritta nessuna ballata / tutto questo sarà completamente dimenticato.”] Che cosa vuole intendere con queste parole? “Che c’è una vita là fuori, da vivere. Oltre a tutto questo.”

“C’è tutta questa mitologia sul dover soffrire per fare un ottimo lavoro, che ho completamente acquisito – chi non lo fa? Tutta quella faccenda dell’artista torturato. È stato così bello rendersi conto che, al di là di tutto ciò, esiste questa gioia vera nel creare qualcosa. Sono così felice di riuscire a farlo, e penso che probabilmente mi troverei molto più nei guai se non avessi questo, se non avessi un’ancora. Ho avuto così poca cura di me stessa che, se non fosse stato per questo desiderio di creare, non so dove ciò mi avrebbe portato – non in un bel posto, suppongo.”

Prima di salutarci, Florence mi racconta di un episodio di quando era poco più che ventenne, prima che il successo e le sue calamità la colpissero in faccia. “Ricordo di essere su un autobus, passando davanti al megastore della Virgin, e c’era un poster di Jamie T, che aveva appena pubblicato il suo primo album. Ero un po’ nella sua stessa scena musicale, ma non avevo idea di cosa avrei voluto fare. Facevo tutte queste serate open-mic, di solito ubriaca, suonando con altre band. Non riuscivo a capire come fare qualcosa o come quel qualcosa sarebbe successo. Ero così selvaggia.”

“Quando ho visto l’album di Jamie dal finestrino, ricordo di aver pensato, ‘Non succederà. Quella non sarai tu.’ Vorrei afferrare quella ragazza sull’autobus e urlarle: ‘Mangia un sandwich, vai a dormire. Andrà tutto bene.’ “Beh, aveva ragione. È andato tutto bene, alla fine.

High as Hope verrà pubblicato per Virgin EMI il 29 giugno. Useless Magic, una raccolta di testi e poesie di Florence Welch, verrà pubblicato il 5 luglio (Fig Tree £ 20)

Articolo originale del The Sunday Times Culture, leggilo qui.