Un nuovo album e un ruolo nel film di Terrence Malick. Dall’infanzia in una stramba famiglia al successo con Florence + The Machine

Articolo originale su La Repubblica 

Terrence Malick l’ha voluta in un film ancora senza titolo. “L’ho conosciuto a un concerto a Austin, in Texas, è venuto a trovarmi in camerino e ha filmato un concerto con Ryan Gosling e Lykke Li”, dice Florence Welch. Data la riservatezza del regista di La sottile linea rossa, non meraviglia che la diva di Florence + The Machine non conosca i dettagli della trama che pare abbia molto a che fare con la musica; nel progetto, oltre a Christian Bale e Natalie Portman, sono coinvolti anche Arcade Fire, Fleet Foxes e Patti Smith.

Malick è rimasto sedotto dal carisma, dalla voce potente, dalla bellezza prepotente che Florence cerca inutilmente di mortificare con gli atteggiamenti da rockeuse spettinata e senza trucco. Dopo l’exploit di Lungs (2009), e il visionario Ceremonials (2011) la cantante inglese, 28 anni, pubblica il primo giugno How Big How Blue How Beautiful, raccolta di canzoni contagiose, come già s’indovina dal singolo What Kind of Man, corredato da un video violento e morboso che ha totalizzato sei milioni di visualizzazioni su YouTube.

Florence è dolcissima, tenera persino, mentre si accarezza i lunghi capelli rossi nella suite del piccolo hotel di Covent Garden, a Londra. Si abbandona ai ricordi dei soggiorni fiorentini con la mamma, storica dell’arte americana frequentatrice dello Studio 54. “Che belli quei pomeriggi trascorsi nelle cappelle medicee e i giochi in piazza Santo Spirito e i gelati limone e fragola da Vivoli”. Dietro il timido sorriso c’è l’altra Florence, la leonessa tormentata dai ricordi di un’infanzia infelice: la mamma – che ora è il suo angelo custode  – divorziò dal papà inglese e si risposò con un vicino di casa coinvolgendo i figli in una sorta di famiglia allargata; la bimba reagì con un mutismo e un isolamento da cui più tardi solo la musica l’avrebbe liberata. La Florence ipersensibile, ribelle e trasgressiva, la diva ebbra e la poetessa rock: c’è tutto dentro l’album in uscita.

Ha voluto prendersi un intero anno di tempo lontana dalle scene, è riuscita a rilassarsi?
“Tutt’altro. La solitudine non è amica delle buone abitudini. Puoi prenderti una vacanza da tutto, ma non dall’ispirazione. E l’ispirazione viene dal caos. Per farla breve, ogni giorno è stato un incubo. Volevo far piazza pulita di questi quattro anni e ricominciare daccapo; un’altra casa, un nuovo amore, un disco che rompesse le regole. Scrivere è doloroso, riapre ferite una, dieci, cento volte. Volevo andare al di là dei sentimenti travolgenti, al limite della vita e della morte, che avevano ispirato Ceremonials. Avevo bisogno di spazi, di elevarmi usando una scrittura più immediata e tradizionale”.

Com’è cambiata la sua vita dopo il successo travolgente di Lungs?
“Avevo 23 anni, è stato come andare via da casa e non tornare più. Dopo l’affermazione ai Brit Awards cominciai a temere la celebrità, non sapevo come e soprattutto da cosa proteggermi; un’aliena guardinga. Non è stato facile cambiare vita, penoso ed esaltante “.

Il sacrificio più grande?
“Non essere in grado di sostenere una relazione stabile”.

All’inizio l’hanno paragonata a Amy Winehouse, un’artista che nel rock non ha trovato redenzione.
“Il rock non risolve i problemi, li acuisce semmai e io sono una persona tutt’altro che accorta. Ma mia madre lo è, e anche se non mi segue in ogni concerto sa che la Florence che scrive belle canzoni è una sbandata di fronte agli aspetti pratici della vita. Sarei in perenne confusione se non avessi conservato alcuni dei vecchi amici  –  loro sì, saggi  –  persone che hanno stretto un cerchio d’amore intorno a me”.

Cos’è la musica per lei? Iniziò giovanissima studiando l’opera.
“Infatti, allora non c’era rock. Tanta lirica, musical, colonne sonore di Disney. Furono i Nirvana i primi ad accendere la scintilla. Kurt Cobain diventò il mio idolo; non solo musica, ma un modo di vivere, di liberare emozioni, di vestirsi. Poi ho scoperto Billie Holiday e la soul music di Etta James e Nina Simone, è diventato naturale combinarla con il punk (non sapevo l’avesse già fatto Iggy Pop); dopotutto hanno la stessa frenesia liberatoria, il potere di trasformare in energia dolore e frustrazione. Questa l’alchimia che mi ha sedotto”.

Le sue eroine femminili?
“Virginia Woolf, Frida Kahlo, Jane Birkin, Patti Smith, Lauryn Hill”.

Nelle nuove canzoni ci sono anche chiari richiami alle generose vocalità di Mama Cass e Grace Slick.
“Il disco è stato scritto e realizzato a Los Angeles, guidando attraverso spazi immensi, alcuni selvaggi, altri mitici, come Laurel Canyon. Sono contenta di essere riuscita a trasmetterle questo tipo di emozioni”.

Various Storms and Saints è particolarissima, ha l’incedere solenne e doloroso della Patti Smith migliore.
Distoglie lo sguardo, si copre il viso con le mani, punta gli occhi sul soffitto. “Non volevo pubblicare questa canzone, è troppo personale. L’ho scritta mentre rileggevo per la centesima volta un passo del diario di Frida Kahlo. Esprime il dolore profondo di qualcosa da cui stavo fuggendo. Non sono pronta a condividerlo con il pubblico”.