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CAMBIAMENTI.

 

Florence + The Machine pubblicò il suo primo album, Lungs, nel luglio di dieci anni fa.

Da allora, Florence Welch è diventata una delle star più celebrate della musica britannica. Ma proprio mentre i suoi concerti toccano nuovi apici, la Welch ha deciso che è necessario un cambiamento radicale. È la fine dell’inizio o l’inizio della fine? Ted Kessler ce lo fa scoprire.

 

Una volta la grande scrittrice americana Maya Angelou dichiarò che “per una donna incamminarsi su una nuova strada è difficile, ma non più difficile che rimanere in una situazione che non la nutra completamente”. Questo è un messaggio che Florence Welch capisce molto bene. È il motivo per cui la rivoluzione empatica di Florence + The Machine si prenderà presto una pausa, anche se il suo potere è ora più irresistibile che mai. Questa donna ha bisogno di nutrimento.

Questa rivoluzione gentile non è sempre stata onnipotente. È iniziato tutto nel 2006 come un esperimento spontaneo di espressione adolescenziale, con canzoni “pirate folk” dai titoli strani come My Boy Builds Coffins, cantate in pub londinesi davanti a cinque persone dall’allora diciannovenne Florence Welch, accompagnata dai rudimentali accordi blues di un amico alla chitarra. E si interrompe adesso, nelle arene e negli stadi americani ed europei, con la Welch che benedice le masse di discepoli che si raccolgono ai suoi concerti, in cerca di una guida emotiva attraverso il canto corale dei suoi lussureggianti inni orchestrali, come navi disperse attratte da un faro.

Esattamente dieci anni fa, nel luglio del 2009, Florence + The Machine pubblicò il suo primo album, Lungs. Per la maggior parte del decennio successivo, l’intensità della vita artistica della Welch si è intrecciata pericolosamente con il suo stesso caos come un diagramma di Venn. Ma adesso, proprio quando ha raggiunto una sorta di equilibrio, farà un passo indietro per un po’. Florence Welch sta cambiando e ha bisogno di spazio. Non riguarda affatto voi però. Riguarda lei.

La Welch arriva al Riding House Café in Great Titchfield Street, nel centro di Londra, in una mattinata di inizio maggio, ordina il porridge e lo lascia raffreddare mentre mi spiega perché è in arrivo un cambiamento. Prima di uscire da casa sua a South London, stava facendo le valigie per il suo prossimo tour di sette settimane, cercando come al solito di infilare vestiti e libri necessari per sei mesi in contenitori progettati per un periodo di tempo di gran lunga inferiore. Si è presa un momento per riflettere sul fatto che questo sarà il suo ultimo tour negli Stati Uniti per molto tempo, l’ultima volta che ripiegherà la sua vita in delle valigie. Si sentiva felice. Una volta, si sarebbe trasformata in un ammasso d’ansia al pensiero che la routine del tour stesse per sparire oltre l’orizzonte, per essere sostituita da possibilità infinite. Non adesso. L’asse si è spostato.

“Lo faccio da 10 anni e mi piacerebbe provare un modo diverso di vivere”, spiega. “Tutta la mia vita adulta è stata un ciclo continuo di album e tour, e questo è stato molto pesante per me, mentalmente e fisicamente. È sfiancante. Mi sento svuotata.”

“Sto vivendo il mio sogno d’infanzia. È solo che non so se in questo sogno c’erano business hotel, interni in pelle beige e finestre che non si aprono per non farti suicidare”.

 

Ha 32 anni adesso. Ne aveva 22 quando uscì Lungs. Era un uragano dallo spirito libero e capelli rosso fuoco, ossessionata dai fantasmi che vedeva regolarmente e dalle emozioni che provava più intensamente di tutti, ballando scalza e ubriaca fradicia per la città, una figlia della natura che diceva di sì praticamente a tutto. La routine del tour l’ha salvata da un caos incontrollato ma ha anche insidiosamente favorito i suoi peggiori impulsi, permettendole di distruggersi ripetutamente nelle diverse città, senza conseguenze tangibili. “Mi sfasciavo in una città, non ci pensavo più e passavo a quella successiva. Se nessuno vede il danno, è successo davvero?” chiede.

Quella persona non esiste più, però. Ora ci sono solo gli incredibili apici delle sue esibizioni, seguiti dalla decompressione, dal viaggio e dalla fatica emotiva che la riporta di nuovo in cima allo show del giorno successivo. È una routine che l’ha consumata. Quindi, dopo questo tour, Florence Welch non tornerà subito a scrivere e registrare un album che sarà poi portato in tour in tutto il mondo per due anni. Esplorerà invece il mondo dei libri, della moda e della danza e – lo dice sussurrando – il musical. Penserà anche a Florence + The Machine e a scrivere nuove canzoni, naturalmente. Ma adesso, al traguardo dei dieci anni dal suo primo album, è importante per lei immaginare che il viaggio dai 32 ai 42 anni sarà positivamente diverso da quello che l’ha condotta dai 22 a 32.

“Sento che esiste un modo diverso di vivere”, dice. “Sono entusiasta che questo sarà il mio ultimo grande tour, probabilmente per molto tempo. Esibirmi è la mia cosa preferita, quindi lo farò sempre. Sto vivendo il mio sogno d’infanzia, letteralmente. È solo che non so se in questo sogno c’erano business hotel, interni in pelle beige e finestre che non si aprono per non farti suicidare”. C’è un déjà-vu in questa dichiarazione, ammette. “Dopo ogni album dico sempre ‘Mai più!’. Questa volta però è diverso.”

La grande differenza è il senso di risoluzione percepibile nelle sue esibizioni. Nell’album High As Hope (2018) la Welch scava sotto l’eccesso edonistico della sua giovinezza per riesumare quelle ansie che sente ancora pur essendo un’adulta sobria, per rivelare chi era allora ma in fondo ancora adesso, nonostante la sobrietà. Nel fare ciò, ha ammesso delle cose a sé stessa così come lo fa con chiunque altro. C’è anche più spazio nella musica, più aria, e dal vivo questa maggiore apertura è stata accolta con entusiasmo dai suoi fan. Ogni sera sembra un’incredibile promessa di fede da entrambe le parti.

“Si sente proprio che c’è una vera comunità piena d’amore”, concorda. “Ha qualcosa a che vedere con quanto fosse vulnerabile High As Hope. La gente si lascia davvero andare durante i concerti.” Ogni sera durante Dog Days Are Over chiede a tutti di guardare chi è accanto e dire loro quanto li amano.

“Non stanno guardando me. Si guardano l’un l’altro e si percepisce una comunità d’amore. Ecco perché mi sento sicura a lasciarla per un po’. Abbiamo raggiunto un traguardo insieme.”

In quel preciso istante la cameriera improvvisamente riconosce la Welch mentre le porta un caffè. Non dice altro che “Oh!” e resta immobile, con un sorriso un po’ strano. “È un piacere conoscerti,” dice Florence con dolcezza, prendendole la mano. “Altrettanto!” dice la cameriera, “Sono una grande fan… non ci posso credere.” “Grazie mille per avermelo detto,” risponde Florence, mentre la cameriera si ricompone e torna alla sua routine. Questo succede spesso quando la Welch è in giro, e non è inopportuno. Le persone rispettano il suo spazio, dice, ed è sempre felice di incontrare i fan. L’unico vero problema sono le persone che fanno le foto di nascosto.

“Non fatelo”, dice lei. “Davvero. È così invadente.” Ritorniamo a non mangiare i nostri piatti, parlando per due ore mentre racconta i suoi album nel dettaglio, ma, durante tutta la conversazione, la Welch continua a tornare su un argomento: ha bisogno di cambiare la sua routine. Niente più tour lunghi. Non più. Ogni storia riconduce a questo punto: è la fine di un’era. E se sarà così, lo vedremo coi nostri occhi.

La Hudson Suite, al 19º piano del Four Seasons di New York Downtown, ha una vista incredibile sul nuovo Oculus Building, un futuristico centro commerciale a forma di conchiglia vicino al World Trade Center. Ma, come in tante stanze in cui Florence Welch si ritrova a dormire, le finestre non si aprono.

È il 1 giugno, un pomeriggio caldo e umido a Manhattan. La temperatura di questo spazio ampio e luminoso è controllata perfettamente da un interruttore. C’è qualcosa in questo che deprime profondamente la Welch. La sua assistente ha comunque fatto del suo meglio per ‘florencizzare’ la suite, come in tutte le camere d’albergo in cui alloggiano. Ci sono sontuosi teli sul divano, perline appese al minibar, foto e opere d’arte esposte su tutte le pareti, tra cui diverse sue foto regalate dai fan, oltre a libri fatti a mano. Ci sono anche cristalli dappertutto. Alcuni sono suoi, ma molti sono regali di ammiratori.

“Non so cosa rappresentino tutti, o quali siano i loro poteri particolari, perché me ne vengono regalati così tanti che me ne dimentico”, dice. Tuttavia, li conserva tutti. “Certo!” Lei tiene tutto ciò che è pratico per viaggiare, spiega. “Guarda questa!” dice, correndo nella sua camera da letto. Torna con una bambola piccola e arruffata. “È fatta con capelli veri, tagliati dalla testa di qualcuno!” dice con orgoglio. È davvero così. Un fan gliel’ha regalata e ora Florence dorme con lei vicino al letto. “Mi piace.”

Florence è da due settimane in tour e una settimana fa ha avuto un devastante attacco di panico che l’ha colpita durante la prima data. “Penserai che mi sia abituata ormai”, dice, “ma c’è qualcosa di sconvolgente in tutto questo. Il mio cervello fa tipo ‘woosh’. Penso solo di non essere all’altezza di quello che la gente vuole da me.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il Met Gala a cui ha partecipato a New York, il fashion party che si tiene ogni anno per celebrare la nuova mostra del Metropolitan Museum Of Art, ma che, in realtà, è solo un’occasione per celebrità e top model per vestirsi da fontane o hamburger. Florence ci è andata perché ama Gucci e il suo designer che, proprio come in una coppia perfetta, aveva disegnato un abito solo per lei.

“Non è che non sia vanitosa”, ammette. “Sono vanitosa. Adoro i vestiti. Quindi se un designer che mi piace mi invita a un grande evento fashion per farmi indossare un outfit fantastico, io dico ‘Sì. Sì!’ Ma la mia vanità fa crollare la mia sanità mentale quando entro in quel mondo.”

Il problema, dice, è che lei dimentica di essere in realtà una popstar di fama mondiale che ha avuto album al primo posto nelle classifiche su entrambe le sponde dell’Atlantico. “Ho questa felice illusione di non essere famosa. Per proteggere la mia sanità mentale, un po’ di tempo fa ho deciso che non sono una celebrità.” Il Met Gala le ha tolto questa convinzione abbastanza velocemente. Prima di tutto, l’hanno messa nello stesso hotel a cinque stelle in cui si trovavano tutte le altre superstar, quindi è stata accerchiata da plotoni di paparazzi a ogni angolo. Poi al Gala le uniche qualità per cui è stata notata sono state la fama e la capacità di saper indossare bene un bel vestito.

“Le esibizioni e il fare musica mi sembrano sempre una cosa sicura”, spiega. “Essere famosi è logorante e fastidioso, e mi fa molto male. Sinceramente non so come certe persone lo affrontino ogni giorno.”

Forse hanno un disturbo di personalità narcisistico? Sorride con tristezza. Alcuni di quei personaggi famosi sono suoi buoni amici, dopotutto.

“Ero una bambina sensibile e sognatrice e, da quando c’è stato questo dirottamento dovuto alla fama, mi sento terribilmente in colpa di non aver protetto abbastanza quella bambina, l’ho catapultata in questo mondo.”

Per tre giorni, ha pianto quasi ininterrottamente. Durante la prima data del tour in Arizona ha interrotto lo show in lacrime per dire al pubblico che era in difficoltà. “Piangevo sul palco, cosa che è di cattivo gusto perfino per me. Ma sono così fortunata con la mia fan base e penso che abbia a che fare con la vulnerabilità del lavoro. Significa che attraggo persone abbastanza sensibili. Mi sono ritrovata a dire: “Lo so che sei venuto al tour di High As Hope, ma io sono fregata. Sono un disastro.”

Pensa che cantare queste canzoni dal vivo tiri via un altro strato del suo guscio. È felice di lasciarsi trasportare dal momento, ma non è sicura dell’effetto a lungo termine su di lei. “Anche nel bel mezzo di un attacco d’ansia, riesco a fare il concerto. C’è un certo livello di sensibilità che mi permette di esibirmi, ma questo rende molto difficile far funzionare tutto. Mi sono resa conto di non avere risorse infinite. Mi dispiace molto per le persone che lavorano per me perché dicono tipo: “Come cazzo la portiamo da A a B?”

Un tempo controllava l’ansia con una fila di drink. Riusciva a seppellirla. Ma la Welch non beve da cinque anni adesso quindi: Devo proprio sbarazzarmi dell’ansia. Non riesco a smettere di piangere. Non riesco a vestirmi. Ho puntualmente pensieri negativi che diventano veramente pesanti e mi dicono che non dovrei esistere. Mi butto giù abbastanza velocemente.”

L’esperienza le ha insegnato che dopo il crollo iniziale ogni giorno migliora leggermente e deve aspettare che passi essendo gentile con se stessa, senza guardare la TV, i social media – “soprattutto senza guardare i social media!” – meditando, leggendo, ascoltando i podcast. Alla fine è riemersa e ora si sente di nuovo bene. Si sente anche più determinata sul suo futuro. “Dopo la nostra ultima chiacchierata a Londra, ho pensato: ‘Devo davvero fermarmi un po’?’ Ma sì, questa è stata una conferma. È triste perché mi sento arrivata al traguardo nelle esibizioni, nella mia connessione con il pubblico. C’è qualcosa di speciale in questi show, lo scambio di energia. Ma la mia salute mentale ne ha risentito troppo. Un tempo era il prezzo che ero disposta a pagare. Ora non più.”

Vuole essere in grado di rompere i cicli che hanno governato la sua intera vita adulta, vale a dire la ricerca della tristezza come conforto. Non può farlo su un tour bus. “Mi rendo conto ora che faccio delle scelte per accentuare e prolungare il senso di solitudine. È qualcosa che ho fatto tutta la mia vita. Sto scegliendo questa persona perché penso che mi renderà felice, ma la realtà è che le scelgo perché mi causeranno dolore. ‘Oddio, sono così attratta da te. Cosa potrebbe essere, quale potere magico hai? Oh, è che sarò triste e sola’.”

Da dove viene tutto questo è così ovvio da essere diventato un cliché. È la prima domanda che qualsiasi consulente, terapista o psicologo ti fa: parlami della tua famiglia allargata, parlami di mamma e papà.

“Lo so, è così facile da capire”, sospira. “Quando avevo circa 10 anni la mia famiglia è come scomparsa.” Fino a quel momento, Florence aveva vissuto una vita da classe medio-alta abbastanza solida, con i suoi due fratelli, il padre Nick (manager pubblicitario) e la madre americana Evelyn (professoressa di storia dell’arte), in un bella casa su una bella strada nel sud-est di Londra. Poi, come molti baby boomer che si sono sposati giovani, i suoi genitori hanno incontrato altre persone e hanno iniziato altre relazioni. “Come dice mia madre, hanno vissuto la loro adolescenza a 30 anni”.

Questo significò, in pratica, che la casa prima viva divenne improvvisamente vuota perché i genitori intrattenevano le loro nuove storie d’amore nelle case degli altri, in modo da proteggere i loro figli.

“Quella sensazione improvvisa di una casa vuota”, dice la Welch,” è qualcosa a cui torno costantemente nel mio lavoro. Non mi sembra mai di abbandonarla. Mi perseguita. Cerco sempre di trovare la risposta a questa sensazione, e se comprenderla possa guarirmi. È una perdita di certezze in un periodo chiave della mia vita, il che conferma che io sono stata creata per le cose caotiche.”

Questa analisi lucida è una prova importante a livello terapeutico.

“Beh, pensi di essere così complicata e misteriosa e poi…’Oh, non può esserci solo questo, vero? Oh, lo è, capisco.'” Ride di sé stessa, della trasparenza di tutti noi.

Quel senso di solitudine non durò poi così a lungo. “La mia famiglia divenne come The Brady Bunch quando ci trasferimmo dal mio patrigno e all’improvviso c’erano sei bambini nella stessa casa. La loro mamma era morta di recente quindi erano traumatizzati, anche noi eravamo leggermente traumatizzati e per un po’ ci siamo concentrati per andare d’accordo in questo ambiente piuttosto teso. È allora che ho iniziato a perdermi un po’ nella mia fantasia.”

Molto di questo, e di come si riflette nelle sue relazioni, è ciò che ha cercato di cogliere in High As Hope. “Ho sempre messo le persone su un piedistallo, creandone un’immagine falsata, e la fantasia naturalmente ti delude, prima o poi. Questo è fondamentalmente ciò di cui parla l’album.”

Durante queste esperienze, la Welch decise di parlare con sua madre. “Ho detto a mia mamma ‘Sono davvero stanca. Voglio davvero trovare una soluzione e avere una relazione stabile. Penso di soffrire di sindrome dell’ abbandono.’ Mia madre, in modo molto diretto, mi diceva: ‘Sì, ha senso. Sei stata un po’ abbandonata’.”

Non aveva mai provato ad intavolare queste conversazioni così dirette con i suoi genitori in passato, ma ora ci stava riuscendo in qualche modo. “Può essere molto difficile nella nostra famiglia, specialmente con mio padre, perché, come un meccanismo di difesa, sembra sempre che intellettualizziamo le cose, scherzandoci su, piuttosto che arrivare al cuore del problema. Ma questa volta ho pensato: ‘Cazzo. Non ho mai parlato a mia madre del mio disturbo alimentare, ma ho scritto questa canzone pop così esplicita [Hunger] a riguardo, una canzone che sarà trasmessa in radio, quindi probabilmente dovremmo parlarne’.” Florence si è trovata a parlare a fondo con sua madre di certi argomenti di cui non aveva mai veramente parlato, incluso il suicidio della nonna. “Mia nonna avrebbe compiuto 60 anni quando si è suicidata, quindi io avevo 14 anni e mia madre aveva superato la quarantina. È stato davvero brutto, ha lottato con la depressione maniacale per molto tempo e non avevo mai chiesto a mia madre in che modo ne fosse stata colpita, o come ciò avesse influito sul modo in cui amava. “

Scoprì che il modo in cui sua madre elaborò il suicidio della nonna era di confinarsi nel lavoro, di scomparire nel mondo dell’arte rinascimentale e, spesso, proprio in Italia. Questo si tradusse per Florence come un ulteriore abbandono, anche se comprensibile. “Ho sempre idolatrato la sua etica del lavoro, allora come adesso”, ammette. “La ammiravo.” Oltre ad ammirarla, Florence la imitava, immergendosi così profondamente nel suo lavoro in modo tale da non sentire più quelle tristi voci interiori. Ma ora le sente chiaramente, ora è abituata, e sa perché sono tristi, quindi non sente più il bisogno di vivere in quel modo. Può trovare un nuovo modo di lavorare.

L’area backstage degli show di Florence + The Machine è leggermente, ma significativamente, meno tesa e formale rispetto alla maggior parte delle aree backstage. È più informale e comunitaria. La ragione è semplice: tutte le posizioni di potere nell’universo di Florence sono detenute da donne.

Il suo management è interamente al femminile. La sua tour manager è una donna, la sua assistente personale è una donna, le sue pubbliciste britanniche e statunitensi (entrambe presenti) sono donne, le persone del catering sono donne, la fotografa è una donna e metà della sua band è formata da donne. Questo non dovrebbe essere una sorpresa, ma nel mondo della musica lo è ancora, purtroppo. Il suo effetto può essere percepito anche nei modi gentili degli uomini presenti nel backstage, qui al Governor’s Ball a Randall Island, una striscia di terra che si affaccia su Manhattan che ospita ogni anno un festival di grandi artisti. Anche la formidabile guardia del corpo della Welch, Paddy, sta mangiando con un sorriso rilassato e sereno. Il suo lavoro duro servirà più tardi. Sono le 18 e il sole splende ancora nella foschia dello smog della città. Al di là del backstage di Florence, l’atmosfera non è così zen mentre i The 1975 suonano al tramonto. Gruppi di ragazzi muscolosi in pantaloncini corti e vernice fluo sul petto si preparano per i Major Lazer, che si esibiranno sul secondo palco, versandosi bustine di qualcosa nei capelli, mentre i bambini si allontanano dalla folla, chiaramente stanchi troppo presto.

Rob Ackroyd, chitarrista di Florence, ritorna nel backstage dopo un incontro con la sua ragazza, un po’ agitato. “È molto frenetico là fuori”, racconta. “Sistemeremo quella manopola, non preoccuparti.” Ackroyd è con Florence sin dall’inizio, prima del primo album, ed è un vero piacere parlarci. È di buon umore stasera perché riesce a dormire per una volta nel suo letto, essendosi trasferito a New York qualche tempo fa. È anche felice che tante persone che conosce vedranno lo show. “È diventato così speciale”, dice, “tutti hanno bisogno di sentirlo. Accade davvero qualcosa di speciale in quei momenti. A volte mi ritrovo a lasciarmi andare come un fan. Quasi mi dimentico che sto suonando.”

Mentre la band si dirige verso i container per cambiarsi con gli abiti di scena, Florence appare dal camerino con un paio di pantaloncini e un top sportivo e inizia a danzare energicamente sull’assordante rumore della superstrada che passa sopra le nostre teste, gettando le braccia in alto e saltando verso il cielo. Questo è il suo riscaldamento.

“È l’unico esercizio che faccio adesso”, dice. “Prima correvo, andavo in palestra, tutte queste cose. Ma penso che fosse tutto legato agli aspetti non salutari del cercare di dimagrire. Quando li ho abbandonati ho smesso di costringermi a fare qualsiasi cosa. Ballo ogni giorno e faccio allenamenti due volte alla settimana, semplicemente perché mi piace. Ho lasciato perdere tutto il resto.”

Poco prima che la band si diriga verso il palco, tutti e nove si riuniscono sull’erba fuori dal suo camerino cantando June a cappella, insieme, tenendosi per mano e oscillando mentre Florence li conduce nel ritornello ‘Hold on to each other’. È un bel momento che appartiene solo a loro e poi vanno via, camminando nella notte verso lo sfavillio delle luci…

Quello che accade ai concerti di Florence + The Machine è una delle più grandi elargizioni d’amore ed emozioni che potrai mai trovare nel 2019 nei pressi di uno stand di birra. Le prime 10, 15 file sono piene di ragazze e donne che cantano appassionatamente ogni parola, mentre le lacrime bagnano i loro visi – non in modo isterico come ai concerti di qualche adolescente rubacuori, ma in una specie di estasi appagata. Tutti i presenti sono connessi con Florence Welch e la fantastica band – le capacità virtuosistiche di questa versione più recente ed empatica della Machine elevano ogni canzone a un qualcosa di simile a un inno per fedeli. L’atmosfera è estatica. A un certo punto, la Welch scende dal palco correndo lungo le transenne, inseguita dal bodyguard Paddy, e va oltre il mixer centrale, fermandosi a benedire i fan con una mano sulla testa mentre danza.

“Guarda i volti sullo schermo quando lascia andare le loro teste” urla la sua manager, Hannah Giannoulis, mentre Florence si allontana dai fan, lasciandoli raggianti, in totale euforia. “La mia parte preferita dello show.” In seguito, sotto la tettoia illuminata tra le cabine del backstage, ospiti e membri della band mangiano la pizza da asporto, mentre la Welch batte il cinque e chiacchiera con un grande gruppo di giovani cugini americani e loro amici. Ci gironzola attorno per salutarli tutti. Può davvero voler abbandonare serate simili?

“Non mi ritiro”, chiarisce. “Ho solo bisogno di non andare in tour per un bel po’. Tornerò.” Lo pensa davvero. “Sento una tale responsabilità nei confronti dei fan, spero che capiscano che devo prendermi una pausa. E poi in molte delle lettere che ricevo mi chiedono, ‘Stai bene ?!’ Sono molto comprensivi riguardo la mia fragilità. Come performer, senti come se dovessi prenderti cura di tutti, assicurarti che stiano bene ma, in realtà, sono loro ad esserci per me. È così dolce.”

La cosa più importante per lei è trovare un equilibrio che possa sostenerla per tutto il resto di questo decennio. “Mentre cresco, sono consapevole che potrebbe esserci una piccola parte di me che vuole essere felice e stabile. Quindi prendermi del tempo lontana dal tour è importante, provare qualche altro rimedio.” A Londra accennava alla sua passione crescente per i musical e che di recente li stava riscoprendo. “Beh, fare musica per altri scopi. La piccola ricerca che ho fatto a riguardo… è molto incoraggiante. Sai come mi ritrovo sempre a dover controllare la mia voce? Non devi farlo in ​​un musical. Davvero, non devi! Ogni nota può essere lunga, tutto può essere un coro. Questa descrizione sembra calzarmi a pennello.” Comunque questo non implica necessariamente un futuro ‘Florence: Il Musical’. “No, oh mio Dio, no. Non posso farlo, per il bene di tutti.”

“Ho detto a un mio amico: ‘Oh, sto studiando l’opera e la danza moderna’, e lui: ‘Non peggiorare la situazione. Stai già chiedendo tanto agli altri’.”

La notte continua a Manhattan, in un bar nel Lower East Side che appartiene in parte a Rob Ackroyd, il VNYL. La Welch è lì prima di chiunque altro, saltando a ritmo di musica in un angolo, sobria ma con l’adrenalina che scorre ancora dopo il concerto. Dopo poco, inizia una serrata conversazione con King Princess, una giovane cantautrice americana. La Welch ha l’aspetto di una navigata nobildonna che incontra i suoi sudditi, premurosa, coinvolta, ma che in fondo, facendo i conti con sé stessa, dice: “Quanto manca ancora?” Non molto, adesso. Mancano solo poche settimane e poi sarà finita.