Florence Welch

Fotografie di Gia Coppola
Testo di Susie Cave

 

Nel 2009 Florence Welch ha pubblicato Lungs. Il suo primo album fu immediatamente considerato un debutto intimo ma al tempo stesso epico, che mescola scatenati pezzi Rockabilly con potenti inni alla Kate Bush.
È stata una presentazione che ha fatto subito guadagnare a Florence il titolo di interprete singolare, ambiziosa e dinamica, la cui schiettezza ed emotività sembrano quasi di un altro mondo. L’album raggiunse la vetta delle classifiche dopo una scalata di ventotto settimane consecutive e la reintepretazione pizzicata con l’arpa di You’ve Got the Love di Candi Staton divenne l’inno non di una ma di molte estati a venire. Fin dall’inizio il contrasto di testi profondamente personali ed esibizioni magiche l’hanno fatta andare oltre il boom dell’indie-pop britannico. Dove gli altri andavano e venivano, Florence è rimasta, con un talento e un’immaginazione diversi da qualsiasi altro cantante della sua generazione. Tuttavia col passare del tempo, tra ondate di nomination, premi, festival e tour, questo dono/incapacità di sradicare le emozioni da ogni aspetto della vita e del lavoro ha avuto il suo prezzo.
In questo pezzo speciale, Susie Cave si è seduta con Florence per discutere del suo essere un’introversa estroversa, della fama, di quando ha dimenticato il testo di Gimme Shelter con Mick Jagger e di come puoi portare una ragazza fuori da Camberwell senza mai portare Camberwell via da lei.

 

Susie Cave: Ciao Florence. Qual è stata la prima cosa che hai fatto stamattina? Quante ore hai dormito stanotte?

Florence Welch: La prima cosa che ho fatto stamattina è stata meditare. Ho dormito abbastanza stanotte – ma avevo ancora gli effetti del jetlag, quasi non avevo dormito la sera prima.

SC: Ti sei descritta come una “massimalista” in passato. Come si manifesta questa tua essenza? Va dagli arrangiamenti musicali alla decorazione?

FW: Non lo so. Mi piacciono le cose. Mi sono sempre piaciute, eppure non sono disordinata, è un caos organizzato. Per me gli oggetti sono come dei talismani. È un modo di esprimere me stessa, esteriorizzando ciò che ho dentro. Devo sempre decorare le mie camere d’albergo, gli spazi vuoti mi rendono molto triste. Dal punto di vista musicale, sto iniziando ad apprezzare sempre di più lo spazio, probabilmente è diventata la cosa più importante. Voglio dire, la mia stanza da piccola era davvero pazzesca, un po’ come un’esplosione nel cervello di una vecchia signora. Fiori finti e bandierine pentecostali appesi ovunque. Suppongo che il mio gusto si stia raffinando con l’età. Ma non diventerò mai minimalista.

SC: Tempo fa hai detto di adorare il passato negli oggetti. Nella tua testa, invece, non così tanto. Puoi parlarne?

FW: Parlavo di come io sia stata spesso una persona piena di rimorsi, ma questo riguarda probabilmente il periodo in cui bevevo molto. La mia vita era una serie di spiacevoli incidenti che finivano col tormentarmi. La situazione è decisamente migliorata. Adesso riesco a ricordare come sono arrivata a casa e ho sempre tutti i miei effetti personali con me.

SC: Cosa rappresenta la felicità per te oggi, domani e nel futuro?

FW: La felicità in generale è quando sono a casa ed è tutto tranquillo oppure quando sono nel pieno del lavoro e scrivo una canzone. Credo di essere al massimo della felicità quando non resto intrappolata nella mia testa. Ci vuole pratica, però.

SC: Qual è la tua più grande stravaganza?

FW: I vestiti. Ho davvero troppi vestiti.

SC: In un mondo privo di legami, responsabilità, tour e registrazioni, in quale città o luogo vorresti trasferirti domani? C’è qualche posto che ti ha rubato il cuore in questi anni in giro?

FW: Penso Roma. Forse perché mia madre è una professoressa di arte rinascimentale – ho passato molto tempo nelle chiese italiane da bambina – ma sono davvero incantata dai colori e dall’architettura.

SC: Chi è l’amore letterario o cinematografico della tua vita?

FW: Mi sono sempre innamorata dei protagonisti maschili dei libri di Donna Tartt o dei personaggi di Jeffrey Eugenides, in particolare Cal di Middlesex.

SC: Quale personaggio reale – vivo o morto – pensi che abbia avuto l’effetto più profondo su di te e, a sua volta, sul tuo lavoro?

FW: Oddio, così tante persone. Non saprei! Credo che Patti Smith sia una specie di Stella Polare creativa per me, come anche Nick [Cave]. Sono sempre stata attratta da persone che sembrano conservare un innato senso della loro essenza all’interno del dinamico mondo della musica: specialmente Patti Smith, che scrive così bene dell’importanza delle piccole cose, del suo bar preferito, di una serie tv o del caffè forte. Davvero, sono queste cose qui. I grandi concerti e gli album primi in classifica sono incredibili ovviamente, ma io credo che persone come Patti dimostrino quanto sia importante essere devoti alle gioie della vita e al semplice piacere di vivere e fare arte.

SC: Qual è l’oggetto a cui tieni di più?

FW: Alcune foto di famiglia di mia madre e mio padre. Ce n’è una troppo bella di Andy Warhol al loro matrimonio.

SC: Sei su un’isola deserta e puoi portare con te solo un dipinto o oggetto d’arte da guardare per rompere la monotonia del frangersi delle onde. Quale sarebbe?

FW: Forse The Tent di Tracey Emin, dato che ci potrei anche dormire dentro.

SC: Il mondo dell’intrattenimento sta vivendo una rivoluzione e le artiste si stanno finalmente facendo sentire nella lotta contro la disuguaglianza creata da un’industria dominata dagli uomini. Fino a che punto, nel corso degli anni, ti sei sentita messa in discussione poiché donna e artista nel settore della musica?

FW: In passato ero frustrata quando mi chiedevano come mi sentissi ad essere una headliner donna, visto che non voglio essere definita dal mio genere e vorrei essere giudicata tra i miei colleghi, siano essi uomini o donne. Essere vista come una grande performer, non solo come una grande performer donna. Essere confrontata coi miei eroi Mick Jagger e Nick Cave, allo stesso livello. Ma credo che sia questo il punto. Lottare per il giorno in cui essere una performer e una donna nella musica non sarà una stranezza. Non sono sicura di come ci si senta ad essere donne, comunque. Lo sono sempre stata, ma quando mi esibisco sento di muovermi tra i generi, maschili e femminili. La creatività può essere davvero senza genere e io vivo entrambi i miei lati maschili e femminili (che tutti noi abbiamo) all’interno del mio lavoro. Quindi io non penso a me come una performer specificamente femminile. Ma devo ammettere che i Florence + The Machine sono una band fatta di tante donne forti. Ho sempre avuto manager donne. Il sound è nato dal lavoro con una produttrice donna [Isabella Summers]. Le donne hanno creato, nutrito e aiutato tutto questo a fiorire. Non nascondo che forse questo mi abbia spesso protetta da alcuni dei lati più oscuri dell’industria musicale.

SC: Giusto…ritorniamo alle origini: come hai ottenuto il tuo primo concerto?

FW: Come ho ottenuto il mio primo concerto – scontrandomi con la mia prima manager nei bagni di un locale e dicendole “Sì, ho questa band” e facendo una specie di audizione improvvisata! Ricordo che l’acustica era davvero buona! Indossavo un vestito da sera ma credo che lei abbia pensato che facessi cover e mi prese come supporto per Kitty, Daisy & Lewis e me lo ricordo bene, dato che avevo iniziato a scrivere canzoni come Kiss With a Fist e My Boy Builds Coffin. La scena musicale a quei tempi era il punk fai-da-te, tutti suonavano Blues ed era una sorta di punk sgangherato e piratesco, se ha un senso ciò che dico. La scena musicale della zona sud di Londra era come un gruppo di pirati che suonano blues ricoperti di vernice. Questa è stata la mia educazione musicale.

SC: Che anno era?

FW: Circa undici anni fa.

SC: Non così tanto tempo fa in effetti.

FW: Durante il mio primo concerto non avevo nessuno a suonare con me. Così ho dovuto chiedere a un mio amico di questa band di pirati. Si trattava di trovare chiunque fosse disponibile – come Dev Hynes, che ora è nei fantastici Blood Orange, o Kid Harpoon, che ora scrive per Harry Styles. Sei mai stata a un suo concerto? È un grande performer! Anche Adele faceva parte di questa scena. Eravamo proprio un ammasso di gente – Jamie T, io, Adele, Kid Harpoon. Molti musicisti mi hanno dato una mano prima che io incontrassi Rob [Ackroyd], che poi è diventato il mio primo chitarrista. Poi chiesi a Izzer di entrare e diventammo una band di quattro persone. Era una band di persone che mai avrebbero pensato di far parte di una band. Era praticamente una competizione prolungata di bevute. Eravamo tutti entusiasti che ci ingaggiassero per suonare, così emozionati. Poi pian piano è diventato tutto sempre più grande, con molte più persone in giro con noi. Sono tutti cresciuti ora, ci sono persone che hanno dei figli e che non vogliono separarsene per due anni quindi rimarranno a casa. Da adesso avremo un set up più piccolo.

SC: Di chi hai bisogno?

FW: È emozionante: credo che siamo riusciti a trovare le persone giuste.

SC: È quello che fa anche Nick in ogni album. A volte vuole meno collaboratori, ma poi li fa ritornare.

FW: L’unico modo per farlo funzionare è che tu devi essere il centro creativo. Sono sempre d’accordo sull’esplorare nuove realtà ma devo essere certa che sia una mia volontà e la decisione è definitiva: l’ultima parola è la mia. Credo che sia per questo che adesso sono così severa: ho dovuto raggiungere quella certa autorità e risolutezza, mentre all’inizio ti interroghi molto di più su te stesso.

SC: È particolarmente difficile quando sei sul palco e in studio e sei vulnerabile perché sei sempre aperta. Sei amica di tutti ma devi essere anche quella autoritaria. Deve essere una sensazione scomoda qualche volta ma è bello anche farsi sentire ed essere decisi.

FW: È divertente. Sono totalmente pacifica per natura, probabilmente anche un po’ una persona a cui piace compiacere gli altri e che evita i conflitti, ma se mi presento alle prove o allo studio so esattamente cosa sto facendo e cosa deve essere fatto e posso essere molto autoritaria. Nella vita di tutti i giorni non so se è una cosa che mi viene naturale ma credo che si tratti di sapere cosa deve essere fatto sul lavoro – e di non sapere cosa devo fare con la mia vita invece.

SC: Credo che questa sia una cosa in comune nelle persone creative.

FW: Posso immaginare perfettamente la musica e conosco tutti i possibili risultati. Ma per quanto riguarda la vita o le relazioni, non ne ho proprio idea [ride]. Sbaglio sempre e non so mai cosa fare. Forse è il prezzo da pagare.

SC: Credo sia una cosa sana in realtà! È interessante come tu non sappia esattamente cosa stai facendo ma abbia una totale sicurezza in altri campi.

FW: Sì, è una questione di sicurezza. Dovresti dare fede e sicurezza al resto della tua vita così quanta ne dai al tuo lavoro. Credo di aver letto con te della spiritualità del lavoro e di come il canale sia molto chiaro, una sorta di esperienza extracorporale. Non ci sono piccole voci che dicono di fare o non fare una cosa. So cosa sto facendo. Sono decisamente meno caotica di quanto non lo fossi in passato e sono molto più operativa. L’unico posto in cui ero utile prima era il palco o lo studio e il resto era solo incasinarmi la vita. È per questo che credo mi abbiano fatto fare così tanti tour. “Non fatela divertire o non andrà bene”.

SC: Credo abbia senso. È del tutto comprensibile e mostra il tuo innato talento.

FW: Lo spero! Ridevo con un amico su cosa fosse il talento e, beh, è davvero relativo. Puoi essere un genio in una cosa e un completo disastro in tutto il resto. Questo cosa dovrebbe significare?! [ride]

SC: Sono sempre stata un disastro in tutto. Davvero in tutto. Molto peggio di tutti gli altri!

FW: Mia sorella ha tutte le qualità che io non ho – è incredibilmente stabile e coi piedi per terra ed è pratica. Quando entra in una stanza, senti che tutto andrà bene. Come riesci a farlo? Come raggiungi quel modo di essere? Credo che ci sia qualcosa riguardo al vivere nel mondo dell’immaginazione che crea distacco. Può essere difficile dato che implica che io sia super portata al catastrofismo o ai sogni ad occhi aperti. Niente è mai A o B, tutto A o o-mio-dio-il-mondo-sta-finendo. Le forze immaginative che ti sono così utili nel lavoro possono essere ingombranti per la tua salute mentale. Mia madre è una professoressa – calma, razionale e diretta, ma anche creativa a modo suo. Da professoressa di arte rinascimentale non puoi non esserlo. Ricordo un discorso con lei, mi guardava come se fossi un’aliena proveniente da un altro pianeta, come una specie di polpo fatto di sentimenti e con tutti questi tentacoli di ansie. Mi disse: “Non capisco proprio il tuo modo di pensare”, perché credo che l’elaborazione dei miei pensieri non sia molto logica.

SC: Qualcuno una volta mi ha detto che in questo mondo ci sono ‘creature’ e ‘tutti gli altri’. Un mondo diviso in due categorie differenti. Le creature sono quelle che hai descritto tu, devote ai sentimenti, alla creatività e a piccole scintille di polvere magica dappertutto.

FW: Non voglio dire che le altre persone non possano essere interessanti o creative, ma hanno una ‘struttura ossea’ delle loro vite che è abbastanza metodica e logica ed è molto raro trovare entrambi questi aspetti in un’unica persona. Se hai un’innata creatività è molto difficile che gli altri aspetti della tua vita siano rigidi e organizzati. È vero, non ci sono molte persone che siano entrambe le cose. Esiste la tipologia A e la tipologia B.

SC: Ho una domanda per te: una che Nick mi ha chiesto di farti. Hai un metodo di scrittura? Nick spesso si chiude da qualche parte, non so cosa faccia e poi ritorna alla fine della giornata. Non parla molto di quello che fa.

FW: Ho un bisogno compulsivo di fare cose, divento triste anche se ho appena finito una parte del lavoro. Ora siamo nella fase finale e lo trovo molto stancante. Ero a L.A. e dovevo andare nello studio perché il bisogno di fare qualcosa era così forte che diventavo triste se non mi muovevo. Ho scritto molte poesie – quando ho un pensiero lo trasformo subito in una breve poesia ma in un modo molto poco romantico. Accade di solito quando sto andando da qualche parte in auto e spesso lo appunto nelle note del cellulare. O al mattino se bevo molto caffè, questo è più o meno il mio processo creativo.

SC: Credo sia molto interessante ciò che dici quando parli di un bisogno creativo – la tua motivazione. Quando crei qualcosa ti senti triste, come se fossi generosa nella tua stessa felicità.

FW: Sono una persona decisamente autosufficiente se ho il mio studio dove andare, non ho bisogno di altro. Quel tipo di persona di cui è difficile essere innamorati [ride]. Sono occcccuuuupataaaa. Può essere una piccola poesia nella mia testa. Talvolta le canzoni cadono dal cielo già formate e non so da dove provengano, altre sono solo note sul mio telefono. Provo a riscrivere tutto nel mio notebook perché sembra un po’ poco romantico lasciarle sul mio telefono. Molte poesie che ho scritto riguardano il mio telefono. Dato che ne sono ossessionata [ride] – l’intero titolo del mio ultimo album proviene da un sms. How Big, How Blue, How Beautiful. Era un messaggio. Ero innamorata di qualcuno che aveva degli occhi grandi, blu e bellissimi ed ero a L.A. a guardare questo grande bel cielo blu ed ero tipo ‘How Big, How Blue, How Beautiful?’. Credo che in quel momento tutti pensassero di me ‘Questa donna è così intensa’. Era molto romantico per me ma probabilmente un po’ spaventoso per gli altri. E poi è stato ancora più spaventoso avere un intero album intitolato così. Gli alti e bassi mi interessano particolarmente. Il basso livello culturale di un cellulare che contiene roba intellettuale sull’incolmabile vuoto nella propria anima.
Cosa cerca di ottenere quel messaggio? Quale buco sta cercando di colmare? Ci saranno mai abbastanza sms nel mondo per riempirlo? Mai. Io credo che questo sia sempre stato fondamentale in tutte le mie canzoni. Possono parlare di grandi temi spirituali ma anche di qualcuno che non mi aveva risposto a un messaggio sul telefono. Nascono da un sentimento o da una fantasia. Mi chiedo se ci sia un modo per uscirne. Anche se sono felice, c’è una parte di me che è nostalgica e cerco sempre di esprimerla perché è importante quando si scrivono delle canzoni. È come la storia dell’uovo e della gallina: non so se la nostalgia c’era già ed è per questo che scrivo canzoni, perché è una parte così utile della creatività. Spesso è qualcosa su cui sto rimuginando. Lo scrivo da qualche parte e poi vado in studio e scelgo una nota del pianoforte e provo a cantarci su in un modo molto rudimentale, senza accordi, perché non sono una pianista esperta. La gioia del creare semplicemente un suono non mi ha mai abbandonato. Amo il fatto di poter andare in uno studio e che delle persone mi permettano di creare della musica quando – in tutta franchezza – non ho idea di quali siano gli accordi e di come siano chiamate determinate note. Mi siedo e osservo letteralmente ciò che accade. Questo è il modo in cui ho sempre agito, dai tempi di Dog Days. Questo tipo di energia ha sempre funzionato per me. Ricordo che anche Nick ne ha parlato, di come si sentisse più uno scrittore che un musicista e che ci siano sempre state altre persone a collaborare nella parte musicale.

SC: È davvero divertente – lui è sempre in adorazione degli altri musicisti e, se gli chiedono di suonare il piano nel disco di qualcuno (o qualcosa del genere), pensa sempre che sia il più grande onore del mondo, come se si sentisse inferiore…

FW: Perché è ovviamente un musicista incredibile!

SC: Nessuno immagina che lui possa sentirsi così, ma credo che questo lo renda ancora più speciale. Non c’è arroganza, è solo una persona pura. Ha così tanto rispetto per gli altri musicisti. È fatto così. È uguale a suo padre. Si approccia alle cose come fanno gli scrittori: si siede e scrive, anche se non ha sempre fatto così. Quando l’ho conosciuto scriveva ancora in quei piccoli notebook. Negli aeroporti, nelle macchine, a cena, aveva sempre gli occhiali, carta e penna. È solo negli ultimi 15 anni che ha iniziato ad andare in ufficio.

FW: Quando ho iniziato ero così spaventata, mettevo gli abiti di mio padre. Gli rubavo i Levi’s, tagliavo le estremità e li abbinavo a una delle sue camicie. Il primo photoshoot che ho fatto è stato con i suoi abiti e ricordo di essermi vista su un giornale con questo buffo sorriso e l’aria impacciata. È stato molto liberatorio. Quello è stato il momento in cui ho permesso alla mia immaginazione di prendere il controllo e diventare qualcos’altro. Diventare qualcosa di inumano, poiché l’umanità era qualcosa che pensavo le persone potessero attaccare. Ero troppo vulnerabile. Così ho tinto i capelli di un rosso brillante e scolorito completamente le mie sopracciglia. Era una tecnica di sopravvivenza e l’ho spinta più che ho potuto. Il problema era che più famosa diventavo e più ero infelice, perché c’era troppa differenza tra la persona sul palco e me stessa. Ho iniziato a spaccarmi. Gli ultimi due album sono stati un ritorno alla mia essenza. Ho guardato Nick Cave o Alex Turner, li vedevo indossare i loro abiti e andare sul palco. Ho realizzato che non volevo più truccarmi e indossare un abito che non metterei mai fuori dal palco. Non voglio essere la creazione di qualcun altro!

SC: Capisco, è come cercare di aggrapparsi alla propria identità. Anch’io ho imparato molto da questo. Quando qualcuno ti trascina giù per una strada che non vuoi attraversare. Adesso ci sono stilisti e direttori artistici ed è tutto in mano a loro. A volte dev’essere difficile.

FW: Ecco perché l’ultimo album ha riportato tutto all’essenza. Adesso che sono più matura, è quello che è. Nick ha detto “Io sono Nick Cave adesso e non posso essere chi ero in passato”. Devi accettarlo ed essere la persona che deve esistere sia sopra che fuori dal palco. O almeno mischiare le due cose. Bisogna trovare il modo di vivere dove le due anime non sono più separate. È così facile quando non cerchi di nascondere nulla o di re-immaginare te stessa ogni volta. Questo è quello che voglio e sono e mi fa sentire a mio agio. Essere te stessa e affinare quello che fai. Evolvere piuttosto che reinventare.

SC: Come le arti marziali, non c’è mai una fine, è semplicemente una costante evoluzione.

FW: Non so cosa Nick pensi della sua musica ma è quella che è adesso. E se non ti piace, probabilmente non ti piacerà mai, ma è questo il bello secondo me. C’è un bisogno viscerale in me di creare queste cose ed è un grande privilegio che le persone le ascoltino, ma non cerco di costringere il pubblico ad ascoltare. Non sarà minimalista, sarà esplosivo e ci saranno sempre persone che diranno che è un po’ esagerato.

SC: Molte persone hanno difficoltà con la meraviglia – non hanno il senso della meraviglia e non riescono a vedere la bellezza in ogni giorno. Anche io trovo affascinanti le piccole cose che non oso dire.

FW: Vedo le cose in technicolor, e questo ha i suoi lati positivi e negativi. Specialmente se sei una persona molto sensibile: colori, suoni e texture sono molto intensificati. Ma al contempo se hai perso le chiavi allora avrai un fottuto collasso totale. “È bello perché tu puoi essere te stesso, ma devi essere te stesso sempre”, come dice una mia amica, che a volte può essere un problema [ride].

SC: Una mia amica è una matematica e un’inventrice e spesso desidero poter pensare come lei, dove tutto è logico.

FW: C’è qualcosa di perennemente innocente nel fare le cose. Se sei un musicista che è sul palco da quando aveva 21 anni probabilmente sei regredito abbastanza bene. L’adolescenza perpetua di essere un musicista è qualcosa che penso tu debba combattere. Ma questo è stato il mio sogno d’infanzia, quindi c’è una parte di me che pensa “Oh mio Dio!” Ho sicuramente un senso di stupore innato. Prima di fare musica, il cielo era sempre impressionante per me, ovunque io fossi. Vivere nella meraviglia, nella curiosità e nell’intrigo è grandioso ma mi ha sicuramente messo pure nei guai.

SC: Oltre a tutto il bisogno di stimoli che hai, c’è un lato di te molto riservato. Leggi tanto e hai il tuo book club . È l’altro lato della medaglia? Guardi il mondo con occhi di meraviglia e devi essere stimolata, ma la felicità sta anche nello stare seduti su una sedia e leggere un libro?

FW: Ho scoperto che il lavoro è migliorato da quando la mia vita si è calmata. Sono andata spesso in bicicletta a lavoro. Ho scritto una canzone tornando a casa. Posso essere più creativa coi piedi per terra. Prima pensavo che fosse il caos a creare tutto, che fosse sempre bello avere i postumi della sbornia e che il lavoro riuscisse meglio senza dormire. Forse è una questione di età, quando hai 23 anni è diverso. Sono una persona molto riservata, timida e non di gruppo. Mia madre dice sempre che sono sempre stata un topo di biblioteca ed ero più felice se leggevo da sola. Penso molto ed è così che scrivo le mie canzoni. Quindi stare da sola è la chiave. La poesia che leggo dà spunto ai testi. Oltre ad essere una grande sognatrice. Non mi trovo bene in grandi situazioni sociali, mi stanco molto velocemente e devo tornare a casa. Penso di aver bevuto molto anche per questo. Ora esco di meno. Bere era un modo per essere sociali ma poi dopo un po’ ha smesso di funzionare ed è diventato piuttosto distruttivo. Ora faccio davvero tesoro del tempo a casa, leggo, cucino e sono indipendente, cose che a volte perdi quando sei in tour. Ora posso leggere e andare in bici ed essere indipendente. Sono tranquilla e autonoma e una brava persona famosa in realtà. Non vado a nessun party. Quando ero giovane volevo le feste. Adesso crescendo mi rendo conto che le feste non mi rendono felice ma il mio lavoro sì e tutto ciò che non è necessario viene meno. Quando realizzi che la creatività non deriva dal caos è un tale sollievo. La tranquillità che ho trovato è davvero stimolante.

SC: Il mondo creativo ti assorbe. E lo capisco. E l’essere un’introversa estroversa. Il tira e molla è alquanto difficile.

FW: La maggior parte delle persone è bloccata tra il volersi nascondere e il voler farsi notare. Per me era più importante farmi comprendere (cosa che probabilmente aveva a che fare con mia madre) e mi sentivo come un polpo emotivo e un po’ un alieno, quindi poi la musica è venuta fuori molto intensa.

SC: Come pensi che abbia influenzato la tua carriera ciò che tua madre ha fatto?

FW: Lei è quasi completamente visuale. Ho passato molto tempo della mia adolescenza in Italia, a Firenze in particolare, guardando gli affreschi dei Medici e illustrazioni di Sant’Agata con i seni tagliati in un piatto, quindi la sensibilità rinascimentale mi ha decisamente contagiata. Per me è importante che l’album abbia una trama narrativa visiva. È importante che le cose abbiano una continuità e fluidità, nei video o negli artwork. Questo deriva anche dalla scuola d’arte. Anche se è solo un pallet di colori. Trascorrere molto tempo in quelle chiese mi ha sicuramente influenzata. Sono decisamente attratta dalla religiosità e dal simbolismo e il sangue e la drammaticità di quelle cose mi hanno colpito in modo determinante.

SC: Sapendo cosa ti piace adesso e prendendo in considerazione l’influenza del Rinascimento e l’impatto sulla tua crescita, dove trovi un punto di incontro? Nella moda, scommetto.

FW: Dramma? Mi è sempre piaciuta la moda e mi è sempre piaciuto vestirmi in un certo modo. Ma sono sempre stata attratta dalle solite cose. Quando sei giovane e sei in tour hai una piccola valigia con collant e vecchie magliette e mini bottiglie di vodka, e quello è il tuo guardaroba. Quando ho fatto il tour per NME, c’era una strana situazione gotica da ubriaca. Anche poco pratica perché ero sempre così ubriaca che tutto si sporcava e non potevo indossare niente di carino quindi finivo con l’indossare qualsiasi cosa. Ci davano soldi per mangiare ma noi andavamo nei negozi di beneficienza e compravamo vecchi vestiti. Ho sempre avuto interesse per la moda ed è una parte importante della mia personalità, è la mia identità e mi fa sentire sicura e me stessa. È diventata come un’armatura. Credo di aver attraversato diverse fasi nella vita che mi hanno portata dove sono adesso.

SC: Qual è stata la tua collaborazione più piacevole in termini di puro divertimento?

FW: Dizzie Rascal è stato divertente. Gli xx sono stati anche molto divertenti, ma credo siano stati gli Stones i migliori. Mio padre mi ha detto che sono nata per cantare Gimme Shelter ed è una canzone molto importante per me. In realtà, cantare con Neil Young è stato pazzesco e ha influenzato molto How Big How Blue How Beautiful. Ho cantato con lui al suo concerto per beneficenza ed è stato divertente. La collaborazione con gli Stones è stata incredibile, esattamente come puoi immaginare. La stanza di Keith era tutta viola, incenso ovunque e sciarpe appese al soffitto. E quella di Mick era tutta bianca con un tappeto a pelo lungo. Ero così nel mio mondo che ero sicura di ricordarmi le parole una volta salita sul palco. Ho pensato “Vado lì e la sparo, sono i Rolling Stones, sono il rock ‘n’ roll, loro saranno d’accordo sull’improvvisare”. E Jagger non improvvisa. Ma ricordo quando sono scesa dal palco e Keith Richards mi ha baciato la mano – un momento fondamentale della mia vita.