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Non chiedetemi dell’industria dello spettacolo – conosco solo l’amore e la musica

 

Da bambina sognava di diventare una domatrice di tigri. Ora addomestica le proprie paure attraverso testi sinceri, show sciamanici e gioielli Gucci come amuleti.

 

Siamo stati tutti bambini e la tua infanzia è stata abbastanza eclettica. Tua madre è una storica dell’arte, una studiosa del Rinascimento italiano e una delle star dello Studio 54, tuo padre un pubblicitario e amante del punk rock. È stato difficile trovare un equilibrio tra i due mondi?

Non ho mai pensato di trovarlo. Mia mamma ha vissuto in Italia per molto tempo e andavo spesso a trovarla. Ce ne andavamo in giro tra le chiese fiorentine, mi raccontava dei Medici e mi mostrava affreschi – le cose che hanno formato in gran parte il mio gusto estetico. Mio padre mi ha fatta crescere con gli Smiths, gli Incredible String Band e i Velvet Underground. Non riusciva a capire la mia passione per la musica pop a soli 11 anni, come potessi amare i Green Day quando esistevano i Ramones. Sono nata da questa sorta di mosaico.

Hai capito da subito che la tua vita sarebbe stata dedicata alla musica?

No! Da piccola pensavo che sarei diventata una domatrice di tigri. Ma ho sempre cantato. Ricordo di aver chiesto il permesso di uscire dall’aula solo per camminare lungo i corridoi deserti della scuola e ascoltare l’eco della mia voce. In quei momenti mi sentivo felice.

Ho letto da qualche parte che hai cantato persino arie di opere. Ne hai una preferita?

Sì, ho avuto una formazione classica. Conoscevo molte composizioni italiane e tedesche e ne ricordo una molto bella – Nel cor più non mi sento (aria dell’opera buffa di Giovanni Paisiello La molinara) ma non mi azzerderei a cantarla.

Parli italiano?

Un pochino. Mia madre lo conosce perfettamente e lo ha sempre parlato a casa.

Qual è la tua città italiana preferita?

Roma. L’ho visitata di nuovo un anno e mezzo fa – e ancora una volta sono stata rapita dalla sua bellezza.

Hai avuto icone di stile quando eri piccola?

A 11 anni adoravo le Spice Girls e le loro sneakers. Poi ho attraversato la fase grunge coi Nirvana ma non è una sorpresa: tutta la mia generazione l’ha vissuta praticamente. Ma per me i veri maestri sono stati gli studenti del college d’arte di Camberwell, il quartiere dove sono cresciuta. Tutti questi ragazzi che suonavano in gruppi rock e le loro ragazze che si vestivano al mercatino dell’usato, mischiavano tante cose insieme ed erano così cool!

Il tuo stile ha chiaramente subito molte trasformazioni e non tutti gli esperimenti avranno avuto successo. Ricordi il tuo errore più grande?

Una volta ho cercato di sbarazzarmi della frangia ma non è andata molto bene. In realtà la colpa è di Gustav Klimt: durante la registrazione del secondo album guardavo molte sue opere e volevo diventare come una delle eroine dei suoi dipinti. Con la frangia era impossibile così l’ho tagliata e ho cominciato a tenere i capelli divisi sui due lati. Ma ho una fronte enorme! Ho cercato di farci l’abitudine ma non ci sono riuscita. Tu senza frangia stai benissimo, sono invidiosa.

A giudicare dal tuo guardaroba sei una grande fan degli anni ’70. Cosa ti attrae così tanto di quel decennio?

È semplice: gli abiti larghi di quei tempi sono perfetti per me. Quelli degli anni ’50 non posso indossarli perché non ho molto seno né punto vita. Coi jeans skinny sembro un triangolo rovesciato quindi scelgo sempre cose più svasate. Con l’età il desiderio di sperimentare sta scemando e ti fermi a quello che è adatto a te. Anche se a volte questa razionalità mi annoia.

 

 

«È strano sentirmi chiamare icona di stile – indosso sempre le stesse cose.»

Cosa ti piacerebbe indossare ma non puoi farlo? 

Mi piacciono molto le giacche strutturate con le spalle grandi ma quando provo a metterle non mi stanno bene. È strano sentirmi chiamare icona di stile – indosso sempre le stesse cose e sono come bloccata nel ruolo di hippie moderna.

È bello che ci sia Alessandro Michele con Gucci. Sembrate fatti l’una per l’altro. 

È vero. Siamo simili anche come persone: siamo entrambi sognatori timidi e romantici a cui non piace troppo la visibilità ma devono lavorare su se stessi. Il suo design mi affascina. Ha creato la mia borsa Gucci preferita, vintage, di pelle marrone con un leone dorato. Sta bene con tutto, è molto pratica e ha una fodera meravigliosa che nessuno può vedere a parte me. È questa attenzione alla bellezza dei dettagli che mi stupisce.

Quale dei suoi disegni ti piace di più? 

Probabilmente quelli con piume e cappelli giganti, ispirati allo stile di Janis Joplin. So bene quanto un abito posso influenzare un’artista: cambia il modo in cui ti muovi, la percezione di te stesso, l’interazione col pubblico. E queste cose Alessandro le capisce perfettamente: ti senti bella e libera.

Recentemente sei comparsa in una campagna pubblicitaria di gioielli Gucci. Quali sono i tuoi preferiti?

Tutti quelli coi serpenti. Ricordi che ho detto di adorare gli animali selvaggi da piccola? Sembra che Alessandro abbia guardato nei miei sogni d’infanzia e abbia preso gli schizzi per i suoi anelli e collane proprio da lì.

Sul palco sembri una guerriera senza paura. È solo un personaggio o sei così nella vita?

No, sono molto timida e ho paura di tutto. Me ne sto nella mia stanza, leggo e scrivo poesie. Ma quando mi esibisco mi trasformo in una persona completamente diversa. Un’altra parte di me esplode. Di solito la mia testa è piena di dubbi e ansie ma sul palco svaniscono e sono completamente libera. Ecco perché amo così tanto il mio lavoro.

Hai qualche pratica spirituale?

I concerti sono la mia pratica spirituale. È difficile da spiegare ma quando canto mi sento una cosa sola con il pubblico, ci trasformiamo in una sorta di entità mistica e trascendentale. Questa sensazione mi dà forza.

Il produttore Paul Epworth ricorda che mentre registravi Cosmic Love stavi sdraiata sul pavimento e scrivevi poesie.

No, si è confuso, era con Seven Devils nel secondo disco. Quando abbiamo registrato Cosmic Love ero terribilmente sbronza. In realtà a quei tempi la mia vita consisteva principalmente in feste.

Immagino che quei giorni siano finiti.

Oh sì! Non bevo da cinque anni, ieri sono andata a letto alle dieci ed ero felice. Tornando a quel giorno, sono strisciata in studio, ho detto che ero a pezzi e che non riuscivo a fare niente ma poi mi hanno messa al piano e la canzone è nata da sola, come un miracolo. Così ho deciso che la sbornia era uno stato di creatività, perché sei in uno spazio crepuscolare, in bilico tra il sonno e la realtà, tra la vita e la morte. E così ho cominciato a farlo sempre. Per fortuna sono cambiata: per comporre qualcosa di bello non è necessario bere fino a perdere i sensi.

«Quando canto mi sento una cosa sola con il pubblico. Questa sensazione mi dà forza.»
Sì, sbagliando si impara (ride). Hai pubblicato il tuo primo disco nel 2009, giusto? Com’è cambiata l’industria in questi 10 anni?

La novità principale è lo streaming. Quando ho iniziato non esisteva ancora. Questo ha un po’ liberato i musicisti: ora non pensiamo nell’ottica degli album e non dobbiamo aspettare per poter pubblicare qualcosa “nell’etere”. Anche se sono abbastanza esperta. Non capisco come sia passata da ragazza timida e vulnerabile a essere una professionista e sono grata a chi mi ha preso sul serio e mi ha sostenuto. Quando vedo come reagiscono i fan alle canzoni che in origine erano solo pensieri nella mia testa, ritrovo fiducia. Quindi non chiedermi dell’industria: conosco solo l’amore e la musica che voglio creare.

Il tuo ultimo album High As Hope è molto personale. Per esempio in Hunger parli del disturbo alimentare di cui hai sofferto da adolescente. Come mai hai deciso di essere così schietta?

Forse per il fatto che ero abbastanza lontana da quel periodo. Questi versi sono diventati una specie di terapia per me, un tentativo di capire cosa mi stava accadendo. Non avevo intenzione di mostrarli a nessuno ma quando ho finito di scriverli mi sono resa conto che avevano cambiato qualcosa. Poi li ho messi in musica ma ero sicura di non volermi esibire. Poi le donne del mio team mi hanno detto in coro che dovevo includere la canzone nell’album perché avrebbe aiutato quelli che stavano attraversando lo stesso inferno. Quando sei famoso sembra che tutti intorno a te pensino che tu sia in una bolla e che nulla di terreno ti riguardi.

Come se non fossi più umana?

Proprio così. Quindi questa canzone urla: sono reale, sono come te. È davvero spaventoso aprirsi in questo modo e ancora non so bene come parlarne. Ma sento che fare un passo verso le persone era vitale.

 

Florence veste Gucci. Intervista: Dasha Veledeeva. Foto: Nick Hudson. Make-up: Sarah Reygate. Hair: Anna Cofone. Nails: Jenni Draper

 

Dasha Veledeeva, intervistatrice nonché editor-in-chief di Harper’s Bazaar Russia, ha scritto su Florence:

“Noi giornalisti siamo spesso rimproverati per aver dimenticato come ci si rivolge alle star. Le critiche non sono infondate ma se tra l’intervistatore e il “talent” (come si dice a Hollywood) ci fossero agenti, pubblicisti e qualche altro simpatizzante? E se ognuno di loro fosse più che preoccupato, come se qualcosa non dovesse andare bene? Al fine di evitare uno scandalo, i giornalisti inviano le loro domande una settimana prima e il team di supporto le ‘pulisce’ e le modifica, rendendole irriconoscibili – in modo che alla fine si parli solo di determinate fonti di ispirazione e dei brand preferiti. È buffo, gli artisti ribelli parlano delle miracolose proprietà del wheatgrass e si rifiutano di ammettere di bere qualcosa di più alcolico del sidro. Incontri con persone come Florence Welch sono allora come un sorso di champagne in un mondo di acqua liscia – anche se la cantante dei Florence + The Machine non tocca alcol da cinque anni. Ammette, però, apertamente le sue dipendenze e si ricorda con una risata che pensava: ‘Senza una sbronza, non ci si può aspettare ispirazione’. Le trema anche la voce quando parla di come ha lottato contro alcuni disturbi alimentari. Ma Florence ha ritenuto necessario parlarne, sia nelle interviste che nelle sue canzoni. Per questo motivo vogliamo mandarle un ringraziamento speciale: nel nostro mondo pieno di lucida perfezione, solo donne molto forti parlano dei loro errori, anche quando sembrano fragili creature elfiche negli abiti eterei creati da Alessandro Michele per Gucci. E, naturalmente, grazie per la tua musica – specialmente adesso che il tour mondiale dei Florence + The Machine è in pieno svolgimento.”