“Non avrei mai pensato di parlarne.”
Così Florence Welch lo ha messo in una canzone.

High as Hope, il seguito del primo album dei Florence + The Machine a raggiungere la vetta delle classifiche, è il primo disco che Florence Welch ha realizzato in un punto della sua vita sobrio e più connesso alle proprie emozioni. Kathy Lo per The New York Times

Di Melena Ryzik

 

Il giorno in cui Florence Welch si tatuò Always Lonely a caratteri cubitali sul braccio sinistro, non era affatto sola. Aveva trascorso una giornata felice girovagando per New York con un amico stretto, visitando librerie, gustando gelati e caffè, sentendosi innamorata e viva grazie alle infinita possibilità offerte dalla Grande Mela. Ha scritto una poesia a riguardo, New York Poem (for Polly), che contiene un verso che è diventato il titolo del quarto album dei Florence + the Machine, High as Hope.

“Heady with pagan worship/of water towers/fire escapes, ever reaching/high as hope.”

Eppure eccola lì, in un negozio di tatuaggi dell’East Village, a farsi tatuare quella triste frase sul proprio corpo mentre la sua amica (Polly) stava a guardare. Florence, leader e carismatica cantautrice del gruppo rock britannico Florence and the Machine, ha fatto dell’estrapolare la gioia dalla disperazione una sua specialità e per questo non ci ha pensato due volte a mostrare la sua solitudine.

“Ho pensato che l’avrei solo rafforzata”, dice, “perché forse se l’avessi avuta lì[sul mio corpo], avrei potuto possederla in qualche modo, renderla parte di me stessa, o abbracciare quel lato di me che trovo difficile”.

Florence Welch, 31 anni, ultimamente è molto propensa a mostrare la sua auto-accettazione. New York Poem è stata raccolta in Useless Magic, una raccolta dei suoi testi, poesie e disegni in uscita a luglio. High as Hope, che uscirà il 29 giugno, è pieno di segreti che non avrebbe mai pensato di condividere, figuriamoci cantare e ballare di fronte ai fan. Anche per un’artista che crea inni dal proprio confessionale – una dolorosa rottura sentimentale ha dato vita a How Big, How Blue, How Beautiful – l’ultimo album del gruppo, High as Hope, rappresenta una nuova apertura e una rinnovata fiducia in sè stessa.

“Mi sono resa più vulnerabile e mi sono allontanata dalle metafore”, ha detto in una recente intervista al Bowery Hotel. “Creavano un coraggio creativo. Mi dicevo ‘Va bene mostrarsi a tutti in questo modo’.”
È un percorso che ha intrapreso dal 2015, con l’album n.1 How Big, How Blue, How Beautiful, ma anche in quel momento “sentivo ancora di avere qualcosa da dimostrare”, dice. “Questo nuovo album, ho provato molta gioia nel farlo.”

Florence arriva tintinnando, poi si toglie i suoi braccialetti d’oro, troppo rumorosi per un’intervista, dice, anche se il loro tintinnio è dappertutto nell’album. “È stato un disco molto fisico, molto tattile. Davvero, il brivido di creare un suono non mi ha mai abbandonato.”

“Mi sono resa più vulnerabile e mi sono allontanata dalle metafore. Creavano un coraggio creativo. Mi dicevo ‘Va bene mostrarsi a tutti in questo modo.'” Kathy Lo per NY Times

Il Bowery Hotel è il suo rifugio abituale, nonostante il fatto che lei abbia dato fuoco alla sua stanza, una volta. Una candela votiva incendiò un muro; non se ne accorse nemmeno fino al mattino seguente per la confusione di fine serata. Ancora più allarmante era il fatto che il conto del bar era più alto del conto per i danni alla camera. Florence ha smesso di bere qualche anno fa. “Mi ha aperto delle porte che non so come chiudere”, dice. High as Hope è il primo album realizzato in un punto della sua vita sobrio ed emotivamente migliore.

“Florence ha sicuramente subito una trasformazione”, ha detto la sua compagna di band Isabella Summers, con la quale Florence ha iniziato a suonare durante la sua adolescenza a South London, dove è cresciuta. Isabella, la pianista del gruppo, ha contribuito alla produzione e alla scrittura di alcuni dei primi lavori di Florence, tra cui il brano di successo del 2009 Dog Days Are Over.

“La prima volta che ho davvero scoperto il mio sound è stato lavorando con un’altra donna, lavorando con Isa”, ammette Florence. “Come giovane artista, è probabile dover lottare per trovare la propria voce, e ci vuole un po’ per dire,’ No, voglio che sia così.’ ”
“Ora – aggiunge – mi va bene essere al comando. Perché so quello che sto facendo.”

Per questo album, Florence è per la prima volta producer. Ha trascorso sei mesi a fare demo, per lo più da sola. Una delle canzoni più impegnative è stata Hunger, il primo singolo estratto dal disco. La sua strofa iniziale – At 17, I started to starve myself – è un riferimento a un disturbo alimentare con cui ha lottato da adolescente. “Non avrei mai pensato di parlarne”, dice. “Non ne ho parlato neanche con mia madre fino a poco tempo fa. Quindi il metterlo in una canzone è stato tipo ‘Cosa sto facendo?’”

Era preoccupata che la gente si sarebbe arrabbiata con lei per aver discusso di questo argomento e cercava di convincersi a prendere una decisione – il resto delle strofe parlava in modo più indiretto del vuoto interiore ma la canzone non sarebbe stata così potente senza. Pensò di eliminare l’intera traccia dall’album, ma poi si è detta “È il nocciolo della questione”. La sua rivelazione rimase, e ciò la aiutò a comprendersi meglio. “È stata sicuramente una liberazione per me. Le canzoni a volte sono più chiare di quello che faccio nella vita”.

(Ha rifiutato di approfondire il suo disturbo alimentare, per paura che gli altri la possano prendere come esempio. “Quando ci ero dentro, cercavo sempre informazioni a riguardo”, dice. “Voglio essere responsabile adesso.”)

Lavorando con il produttore Emile Haynie (lo stesso di Born to Die di Lana Del Rey), High as Hope si concentra, come sempre, attorno alla voce vigorosa ed emotiva di Florence, che può trasformarsi da estatica a luttuosa in una sola cadenza ritmica. Le tracce partono da pianoforte e semplici percussioni fino a raggiungere una strumentazione a volte sontuosa; il sassofonista Kamasi Washington ha creato gli arrangiamenti per il corno francese, la tuba, il flauto e il clarinetto basso.

Washington, che suona anche nell’album, firmò il contratto immediatamente – ebbe subito idee dal momento in cui ascoltò le demo. “La cosa importante per me era cercare di aggiungere senza togliere quello che lei aveva già inserito”, dice Kamasi. Chiama Florence uno spirito affine, paragondandola a un altro artista con cui collabora, Kendrick Lamar, per la purezza del loro amore per la musica e la libertà nel seguire il cambiamento del suono all’interno dello studio. “È stato davvero forte! Quando finivamo di registrare, entrando nella stanza, la trovavamo lì e lei già aveva pronte tutte le parti vocali create mentre noi stavamo registrando le sezioni del corno francese”.

In Hunger, Florence parla di un disturbo alimentare con cui ha lottato da adolescente. “È stata sicuramente una liberazione per me”, dice. “Le canzoni a volte sono più chiare di quello che faccio nella vita”. Kathy Lo per NY Times

Lei parte dai testi, diari di carta a quadretti riempiti a casa – alcuni dei quali sono riprodotti nel suo libro – pieni di scarabocchi stravaganti.

“Potrei innamorarmi di un sacchetto di plastica, se mi desse un po’ di attenzione”

dice un appunto, con uno schizzo di un sacchetto decorato con un cuore. L’album ha la sua parte di canzoni sul desiderio e sull’amore, anche se non sempre amore romantico – Patricia parla di Patti Smith, che la Welch chiama “Stella Polare”. Anche se Florence stessa non è brava con l’orientamento, (si è persa persino a Manhattan, dice), la sua musica ha un senso urbano della geografia, passando dalle scene di una piovosa Los Angeles a una cupa Chicago a una nostalgica Londra. E diventa anche ironica. La canzone Big God parla “ovviamente, di un vuoto incolmabile nell’anima”, dice la Welch, “ma principalmente di qualcuno che non risponde ai miei sms”.

Nel corso della conversazione di due ore, ride spesso, ed energicamente. Nella sala d’attesa dell’hotel ha rivelato i suoi segreti con una voce abbastanza forte da dimostrare che non le importava che qualcun altro sentisse; ha l’abilità sorprendentemente rara, come artista, di spiegare come le sue emozioni si legano alla musica. “Sai, ho una mente iperattiva che pensa troppo, e sono ansiosa – sin da quando ero una bambina, se avevo una canzone da poter seguire, tutto diventava più calmo”, ha detto. “Era come un bozzolo in cui potermi rifugiare.”

Seduta su un divano polveroso di velluto dorato, sotto un arazzo rinascimentale, con il suo cappotto vintage decorato e la camicetta avorio arruffata, sembra essere uscita da lì. Indossa collane e anelli su sei dita, molti adornati con ferri di cavallo, e sistema i suoi capelli selvaggi e morbidi sulla spalla destra. Il suo colore naturale è più marrone rossiccio rispetto alle sue inconfondibili ciocche fiammeggianti, confessa. In concerto è spigliata e slanciata e si muove come se la musica la stesse trascinando – una fierezza che sembra in contrasto – ma non dovrebbe esserlo – con la sua atmosfera romantica.

Non appena è apparsa sulla scena, Florence è diventata una beniamina delle case di moda ma il suo aspetto etereo sembrava quasi casuale, afferma Tom Beard, regista e fotografo che ha iniziato a fotografare la musicista quando erano studenti al Camberwell College of Arts nel sud di Londra a metà degli anni 2000, e ha continuato a creare le copertine dei suoi album. Nelle prime foto che le ha scattato durante un festival, indossava un vestito rosa e orecchie da elfo; la Summers, la sua compagna di band, lo ricorda come periodo sfavillante. Solo dopo che Beard e la Welch visitarono una mostra di arte preraffaellita alla Tate, è passata alla sua estetica da dea fluttuante e boho.

Sul palco, Florence cammina sprezzante, con il fervore di un predicatore, alzando le braccia in preda all’esaltazione e facendo piroette. Burak Cingi/Redferns, via Getty Images

Per il tour di How Big, How Blue, How Beautiful Florence ha sperimentato uno stile più androgino (rispetto ai suoi standard) con tutti tailleur molto squadrati. Fu, ammette, una reazione al suo cuore spezzato: “Ero quasi arrabbiata con i lati più vulnerabili e femminili di me stessa, perché sembravano deboli.” Ma sembrava una messinscena.

Ora, afferma, mentre sta facendo crollare i confini tra la sua vita dentro e fuori dalla scena musicale, vuole indossare vestiti che rispecchiano il mondo reale – persino gli abiti da notte. “In questo disco abbraccio la femminilità, le cose che mi piacciono davvero, il fatto che puoi essere ancora potente, forte e spaventosa anche in una camicia da notte rosa”.

Beard, suo amico fin dai suoi primi giorni come artista, ammette che lei è più vera ora di quanto non l’abbia mai vista. “È la fiducia in sè proveniente dai 12 anni [di lavoro]”, afferma. “Ciò che sta mostrando è la Flo che conosco e che ho sempre conosciuto.”

Ascoltando il suo disco in studio, dice di aver pianto. “Quando trattieni nulla, nessuno può più farti più del male, no?” Qualunque cosa l’abbia ferita, riesco subito a sentirlo nella sua voce, visto quanto è calma ora. È a suo agio con la persona che è.”

Il tour autunnale per High as Hope è il suo più grande finora, con tappe da headliner in arene come l’Hollywood Bowl e il Barclays Center di Brooklyn. Il mese scorso, durante uno spettacolo in anteprima all’Accademia di musica di Brooklyn, il palco era pieno di fiori e muschio e fiori di gipsofila pendevano dall’alto, come nuvole. In precedenza, aveva scherzato sul fatto che il tour “poteva essere chiamato ‘Camicie da notte e confusione spirituale’ perché questo è quello che è, sono in camicia da notte, confusa riguardo molte cose e in modo rumoroso.”

Ma quando è salita sul palco, senza accessori e scalza, in un abito di lingerie rosa conchiglia e una vestaglia con bordi di pizzo, non ci sono stati dubbi. Ha camminato sprezzante con il fervore di un predicatore, alzando le braccia in preda all’esaltazione e facendo piroette. Alla fine si è fatta strada tra la folla, in una specie di comunione eucaristica. “Dì a qualcuno che non conosci che lo ami,” ha ordinato. “Fallo senza vergogna.”

Nella vita reale e nelle performance, Florence sta cercando una connessione. “Mi piace molto l’idea di porre domande spirituali veramente grandi e a cui non si riesce a dar risposta in canzoni pop. Possiamo stare insieme in questo momento, celebrare il non-conosciuto, e magari per questo sentirci più vicini gli uni agli altri. Possiamo saltare su e giù. Se ci danzi su, poi ti sentirai meglio.”

Articolo originale di Melena Ryzik, NY Times.