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Tra qualche giorno Florence + The Machine chiuderanno il tour di High As Hope nell’Odeo di Erode Attico, un piccolo teatro sulle pendici meridionali dell’Acropoli di Atene. Costruito nel II secolo proprio per ospitare rappresentazioni musicali, dal 1955 l’Odeo è una delle sedi del prestigioso Festival di Atene ed Epidauro, che ogni anno presenta un’eccezionale selezione artistica, dal teatro al cinema, dalla danza alla musica. Qui si sono esibiti artisti del calibro di Andrea Bocelli, Frank Sinatra, Elton John, Patti Smith e Foo Fighters. Ma tenere un concerto in questa suggestiva location non è proprio semplice. Il teatro viene infatti concesso soltanto per eventi di alto valore culturale ed estetico e gli artisti che lo richiedono devono ricevere un’autorizzazione formale da alcune delle maggiori istituzioni culturali greche. Il Communications Manager di Detox Events, l’agenzia promoter dei concerti, ha svelato che ottenere il permesso ha richiesto più tempo del previsto ma che Florence stessa aveva messo in chiaro fin dall’inizio del tour nel 2018 che avrebbe voluto tenere l’ultimo show nel piccolo teatro ateniese.

 

L’Odeo di Erode Attico sulle pendici dell’Acropoli (ph. Scott E. Barbour)

 

L’interno dell’Odeo di Erode Attico (ph. puntogrecia.gr)

 

L’annuncio dello show del prossimo 19 settembre (che a grande richiesta replicherà il 22 sempre all’Odeo e il 21 al più capiente Galatsi Olympic Hall) è stato accompagnato da queste parole di Florence: “L’arte e la mitologia greche hanno sempre avuto un ruolo importante nel mio lavoro quindi non potrei pensare a un luogo più adatto di questo per l’ultimo concerto dell’era High As Hope”.

Per chi conosce anche minimamente la musica e in generale il mondo artistico di Florence Welch, queste dichiarazioni non sorprendono.

La poetica della cantautrice britannica ha sempre manifestamente avuto un’influenza classica, greca in modo particolare. I suoi testi sono costellati da citazioni più o meno letterali della mitologia ellenica: il rito sacrificale che tinge le acque di rosso sangue in Rabbit Heart (Lungs, 2009), la hybris maledetta di 100 Years (High As Hope, 2018), il povero Atlante che porta il mondo sulle spalle in What the Water Gave Me (Ceremonials, 2011), Persefone condannata a vivere tra terra e inferi in Caught (How Big How Blue How Beautiful, 2015) – sono solo alcuni dei riferimenti diretti alla cultura greca. Per non parlare dell’intero album How Big How Blue How Beautiful, che tra le maggiori ispirazioni ha proprio l’Odissea di Omero (non a caso il film che raccoglie tutti i video è intitolato proprio The Odyssey).

Ma c’è di più. C’è molto di più. L’intero sistema valoriale di Florence + The Machine può essere su più livelli accostato a quello della Grecia classica, con non poche digressioni nella spiritualità cristiana e pagana. La stessa Florence Welch incarna, nell’aspetto e nell’atteggiamento, un topos caro alla letteratura greca: la dicotomia hìmeros/aidòs, passione e pudore, eccitazione e riserbo, che sembrano convivere magnificamente nella sua persona. La londinese compìta e riservata si trasforma sul palco in un’ardente menade danzante e l’iconico rosso dei suoi capelli si staglia fiammeggiante sul pallore inglese della sua pelle. Il suo stesso percorso artistico, che l’ha condotta tortuosamente dal caos all’armonia, dalla dipendenza alla sobrietà, può essere ascritto all’iter di redenzione degli eroi tragici, personalità dalla psicologia complessa e caratterizzate da conflitti interiori e profonda solitudine.

Florence ha attraversato delle fasi personali e creative che hanno molti elementi in comune con i miti dell’antichità. Creatura boschiva e irriverente nell’era Lungs, radicalmente terrena e viscerale; sontuosa ed enigmatica dea in Ceremonials, ambientato in atmosfere decisamente più solenni e spettrali; ninfa acquatica in How Big How Blue How Beautiful, opera travagliata e profondamente umana; musa serena e riflessiva in High As Hope, il disco che segna la sua maturità personale e artistica con un’imprescindibile dose di magia. Una storia di crescita, di dolore e di amore, che è in qualche modo emblematica e condivisibile, come un mythos moderno. Quanti di voi si sono rispecchiati nella tormentata adolescenza di Florence, nelle sue cadute e nel suo faticoso percorso di salvezza?

Queste caratteristiche si riflettono nella sua scrittura – un compendio di elementi archetipici quali amore, dolore, natura, morte, trattati con una visceralità e un’intensità che ricordano molto le tragedie greche. Tutto nella sua musica ha un substrato spirituale difficilmente trascurabile. Nonostante Florence non abbia mai dichiarato di credere in una confessione religiosa, è innegabile che il suo linguaggio poetico e performativo sia intriso di misticismo e spiritualità. “Nella mia musica c’è qualcosa di paradisiaco, infernale, pagano e reverenziale”; “Il sesso, la violenza, l’amore, la morte – sono le cose con cui lotto costantemente ed è tutto collegato alla religione”. Una religione che però non ha nulla di teologico ma è decontestualizzata e trattata come parte del mythos collettivo. In un mondo ormai del tutto secolarizzato, sempre più spesso l’immaginario religioso viene ricodificato nella cultura pop e in particolare nell’arte. Questo è palese nei testi di Florence e lo è ancor di più durante i concerti dal vivo, quando interpreta il ruolo di una sacerdotessa che celebra una vera e propria messa al cospetto dei suoi fedeli. Il linguaggio del suo corpo è impetuoso come una baccante, la sua voce cristallina risuona nell’aria come quella di un attore tragico e la Machine interpreta il coro, sfondo strumentale a qualcosa che – diciamocelo – va oltre una semplice esecuzione musicale.

Sinistra: ph. Dana Pacifico. Destra: Nike di Samotracia, II sec. d.C, Museo del Louvre, Parigi

 

“Parliamo di magia. Perché la musica, nella sua migliore espressione, è una sorta di magia che ti solleva e ti trasporta da un’altra parte. Voglio che la mia musica suoni come se ti stessi lanciando da un albero o da un edificio altissimo oppure come se fossi risucchiato dall’oceano e non potessi respirare. È qualcosa di travolgente e totalizzante che ti riempie e potresti esplodere o semplicemente sparire.”

Ci troviamo a tal proposito del tutto d’accordo con Jessica Misener, che descrive la musica di Florence come una ekstasis, termine greco che significa letteralmente “essere fuori dal proprio corpo”. Ekstasis è la parola usata nell’Atto 22 per descrivere la conversione di Paolo sulla strada verso Damasco. È quella sensazione di essere trasportati in alto in una dimensione altra, di vivere un’epifania (vi ricorda qualcosa l’ultima traccia di Ceremonials, Leave My Body?). Chiedete a un fan di Florence cosa si prova a un suo concerto e probabilmente vi risponderà di aver vissuto una sorta di trascendenza spirituale. Una catarsi, per dirla con un’altra parola greca, lo scopo per cui in fondo gli ateniesi andavano a teatro centinaia di anni fa. Chissà se anche all’Odeo di Erode Attico avverrà una cosa simile tra qualche giorno. Ma pensiamo proprio di sì.

 

Florence + The Machine in concerto ad Atene

 

Odeo di Erode Attico – 19 e 22 settembre 2019

Galatsi Olympic Hall – 21 settembre 2019

Tutti gli show sono sold out.

 

Di seguito tutte le canzoni di Florence + The Machine che contengono citazioni alla mitologia greca. La manager di Florence, Hannah Giannoulis, ha svelato che probabilmente alcune di queste saranno incluse nella setlist ateniese.

 

Dog Days Are Over (Lungs, 2009)

La prima canzone del primo album di Florence + The Machine ha un titolo di derivazione greca: i giorni del cane (kynádes hēmérai in greco) coincidono col periodo successivo al sorgere di Sirio, conosciuta anche come Alfa Canis Majoris e Stella del Cane. Sirio deriva da Séirios, che in greco significa splendente, ma anche ardente, bruciante: presso i Greci infatti si riteneva che il suo scintillio potesse danneggiare i raccolti, portare forte siccità o persino causare epidemie.

 

Rabbit Heart (Lungs, 2009)

Tutta la canzone è incentrata su un rito sacrificale (l’agnello riporta alla mente il capro espiatorio dei riti dionisiaci). C’è anche la citazione a Re Mida, celebre per la capacità donatagli da Dioniso di trasformare in oro qualsiasi cosa toccasse. Ma c’è anche un altro tema importante: il dono, parola ripetuta all’inizio del ritornello. In The Gift, Lewis Hyde afferma che un artista deve sacrificare molte cose della sua vita in segno di gratitudine verso il genio (il daimon greco) in cambio di potere e fertilità creativa. In questo modo il loro genio li proteggerà e li renderà geniali; in caso contrario il genio li tormenterà continuamente e saboterà le loro vite e le loro relazioni. Il video, diretto da Tom Beard e Tabitha Denholm, pare un omaggio alle feste dell’antica Grecia: Florence sembra una dea che prende parte a un banchetto con le sue Vestali.

Un frame del video di Rabbit Heart, diretto da Tom Beard e Tabitha Denholm (2009)

 

 

Howl (Lungs, 2009)

L’amore ferale, fisico. “The fabric of your flesh/pure as a wedding dress” richiama il contrasto bianco/rosso, quindi hìmeros/aidòs, caro alla letteratura greca: esempio emblematico è quando il fratello di Medea, Apsirto, getta il sangue sul peplo bianco della sorella mentre viene ucciso da Giasone.

 

Between Two Lungs (Lungs, 2009)

Il verso “My running feet could fly” potrebbe essere collegato a Ermes, il dio greco dai sandali alati.

  

Shake it Out (Ceremonials, 2011)

“Every demon wants its pound of flesh” si ricollega al tema del dono menzionato in Rabbit Heart. In un’intervista con Chelsea Handler Florence svelò che la carne di cui parla è proprio la canzone che lei offre al suo demone interiore.

 

What the Water Gave Me (Ceremonials, 2011)

C’è un diretto riferimento ad Atlante, il titano costretto da Zeus a tenere sulle spalle l’intera volta celeste per punirlo di essersi alleato col padre di Zeus, Crono, che guidò i titani contro gli dèi dell’Olimpo.

 

Heartlines (Ceremonials, 2011)

Anche in questa canzone si respira un’atmosfera sacrificale, in particolare nei versi “And I’ve seen it in the flights of birds/I’ve seen it in you/In the entrails of the animals/The blood running through”.

 

Leave my Body (Ceremonials, 2011)

Letteralmente l’ekstasis che abbiamo menzionato nell’articolo. Florence desidera vivere nel momento (“I don’t want your future/I don’t need your past/One bright moment/Is all I ask”) e lasciare il suo stesso corpo.

 

Bedroom Hymns (Ceremonials deluxe edition, 2011)

“The wine, the women and the bedroom hymns” sembra uscire direttamente dal racconto di un baccanale.

 

How Big How Blue How Beautiful (2015)

Questo album avrebbe dovuto chiamarsi Tantalus, in onore del re della Frigia che secondo il mito fu punito dagli dei per i suoi numerosi peccati e fu condannato a star fermo in una piscina sotto un albero di frutti, in modo che potesse solo vederli ma mai toccarli e che potesse vedere l’acqua ma mai berla. Florence ha raccontato che questo concetto è alla base di tutto il disco – volere una cosa senza poterla raggiungere. Un’altra fondamentale influenza dell’album è costituita dall’Odissea omerica e dal tema del viaggio, frequente nella letteratura greca. Altri elementi importanti legati al mondo ellenico sono la natura (spesso con valenze metaforiche) e il doppio, Leitmotiv di The Odyssey.

 

How Big How Blue How Beautiful, ph. Vincent Haycock (2015)

 

Caught (How Big How Blue How Beautiful, 2015)

Contiene un esplicito riferimento al mito di Persefone, condannata a vivere una metà dell’anno sulla terra e l’altra negli inferi (“between desperate and divine”).

 

Hunger (High As Hope, 2018)

Protagonista del video diretto da A.G. Rojas è una statua di chiara tradizione greca. Come evidenziato da Murphy Leigh, la statua sembra asessuata, non ha fattezze né maschili né femminili: un’inversione della figura di Ermafrodito, che invece è rappresentato con caratteristiche di entrambi i sessi. Questa ambiguità può essere associata al dio Dioniso, il cui culto si manifestava in una danza selvaggia e convulsa, proprio come quella di Florence nel video.

 

La statua del video di Hunger, diretto da A.G. Rojas (2018)

 

100 Years (High As Hope, 2018)

Il testo contiene proprio una parola greca: hybris è un topos letterario che significa “tracotanza”, “eccesso”. Si riferisce in genere alla prevaricazione dell’uomo contro il volere divino; è l’orgoglio che, derivato dalla propria potenza o fortuna, si manifesta con un atteggiamento di ostinata sopravvalutazione delle proprie forze, e come tale viene punito dagli dèi direttamente o attraverso la condanna delle istituzioni terrene.

 

 

FONTI

  • Ileana Costabile, La musica indie tra indipendente e mainstream: il caso Florence + The Machine, tesi di laurea, settembre 2014
  • Mary Elizabeth Andriotis, Florence + The Machine will end their tour at a seriously monumental Athens venue, in Architectural Digest, giugno 2019
  • Cassidy Smith, Big God: Exploring the spiritual imagery and religious recontextualization of Florence Welch’s “High As Hope”, in Online Academic Community, dicembre 2018
  • Vanessa Grigoriadis, Florence Welch, the Good Witch, in Rolling Stone, novembre 2011
  • Jessica Misener, Florence, The Machine, Faith and me, in patheos.com, dicembre 2011
  • Adam Thorn, Florence and The Machine: “I love demons and exorcism”, in NME, luglio 2011
  • Florence Welch, biografia, in ceremonials.florenceandthemachine.net
  • Editor Jdog2skillet in genius.com
  • Florence Welch, Intervista per Chelsea Lately, 2011
  • Jabbari Weekes, Florence Welch started a witch coven and nobody knew about it, in Vice, giugno 2015
  • Murphy Leigh, You make a fool of death with your beauty, in Medium, maggio 2018