Negli ultimi dieci anni la cantante è passata dalla ribellione al controllo

Florence Welch è apparsa per la prima volta nella scena musicale di Londra sud nel 2008, in un vortice di edonismo, capelli rossi e glitter come leader della band indie Florence + The Machine.

Ora – un decennio dopo – la band ha tre album multi-platino e innumerevoli premi tra Grammy, BRIT e MTV, mentre la 32enne frontwoman vanta diverse campagne pubblicitarie per Gucci e un libro di poesie di successo.

Con una delle voci più particolari della sua generazione, il sound di Florence unisce una musica che fa ballare con testi descritti dalla regista di Ladybird Greta Gerwig come ‘in grado di evocare il più profondo, il più oscuro pozzo di dolore’. Caso in questione: i Florence + The Machine sono headliners a Glastonbury nel 2015, dove la cantante ha volteggiato sul Pyramid Stage in una performance magnetica che ha fatto commuovere tutti i presenti.

Il singolo Hunger, dal nuovo album High As Hope, è un classico esempio di questa tensione. È una canzone ingannevolmente briosa e ottimista, che rivela la sua lunga lotta con la droga e un disturbo alimentare.

Fotografia di Quentin Jones. Styling di Donna Wallace. Florence Welch indossa Gucci.

Mentre registrava l’ultimo album (il suo quarto), Florence ha scoperto un nuovo senso di chiarezza e apertura, rivelando i suoi demoni mentre descriveva in modo schietto i suoi sforzi attraverso le canzoni. L’uscita estiva dell’album coincide anche con il suo primo libro, Useless Magic: Lyrics and Poetry (troverete i suoi appunti e i suoi disegni sparsi su queste pagine). È nel libro che Florence promette ai lettori: “Puoi avere tutto quello che vuoi”.

Tra le donne che ispirano il lavoro di Florence c’è l’amica e collega poetessa Yrsa Daley-Ward, il cui sincero approccio alla poesia in Bone e The Terrible l’ha resa un fenomeno globale e un prodigio dei social media.

Nel suo libro, Florence ringrazia Yrsa per ‘la sua ispirazione, il suo supporto e il suo fissare obiettivi elevati’. ELLE ascolta mentre le due amiche discutono di come combattere le proprie dipendenze, del potere terapeutico della scrittura e della gioia che un buon pigiama di seta può dare.

FLORENCE WELCH: Ci siamo conosciute attraverso il mio book club, Between Two Books, no? La straordinaria poetessa Nayyirah Waheed ha scritto un pezzo incredibile sul tuo lavoro. E ricordo di aver letto Bone e di aver detto ‘Oh, merda. È così bello.’ La poesia parla davvero alle persone, ma è anche accessibile. Penso che al momento ci sia una vera rinascita della poesia, ed è così entusiasmante vedere come i poeti contemporanei stiano usando i social media come una nuova piattaforma.

YRSA DALEY-WARD: È come una specie di rinascita. Ma penso che le persone abbiano sempre voluto leggere o ascoltare o vedere qualcosa che li facesse sentire meno soli. Come hai iniziato a scrivere poesie?

FW: Avevo cambiato il mio stile di vita – cioè avevo dovuto smettere di bere. Esageravo durante i party e stavo arrivando al punto in cui mi sentivo sempre a pezzi.

La cosa inquietante è che pensavo che ciò che mi rendeva creativa fosse il fatto di essere una grande edonista. Ma a un certo punto è stato piuttosto difficile comporre nuove canzoni perché soffrivo tanto e tutto ciò di cui riuscivo a scrivere era: ‘Come faccio a uscire da questa trappola?’ Il tema centrale dei miei appunti era: ‘Sono bloccata, sono fottuta, non so come fare a smettere: aiuto, aiuto, aiuto!’

Ho smesso di bere poco prima di How Big, How Blue, How Beautiful. Mostrare alla gente questo lato di te stessa, che è così spaventoso per te, e vedere che le persone lo accettano con amore, cantarlo insieme agli altri – è stata davvero una grande catarsi. Così ho scoperto che la mia mente era più aperta. Ho iniziato a scrivere tutto e a lasciar correre.

 

YDW: Senti un diverso senso di vulnerabilità quando scrivi poesie?

FW: Ciò che ho scoperto è che – come con le canzoni – la poesia è stata un rifugio sicuro in cui dire la verità. Lo hai detto anche tu: ‘Se hai paura di scriverlo, è un buon segno.’ Ho decisamente sentito che con alcune delle canzoni di questo disco ero davvero spaventata.

“SOFFRIVO TANTO E TUTTO CIO’ DI CUI RIUSCIVO A SCRIVERE ERA: ‘COME FACCIO A USCIRE DA QUESTA TRAPPOLA?’ “

YDW: Perché tutta questa paura?

FW: Ero inorridita da quello che stavo facendo. Ero così spaventata prima che uscisse Hunger. Non so, ti sei sentita così prima che The Terrible fosse pubblicato?

YDW: Assolutamente. C’erano cose che non avevo mai detto a nessuno. Mi dicevo: ‘Oh, fantastico. In realtà l’ho fatto apposta per rovinarmi la vita’.

FW: Sì, esattamente! Ci sono cose in Hunger di cui non ho ancora parlato con alcuni dei miei più vecchi amici; non ne parlo neanche con mia madre. La mia sorellina mi diceva ‘Cosa stai facendo? Non riesci a parlare di questa roba e la metti in una fottuta canzone pop!’ [Ride]

 

YDW: È come una svolta, no?

FW: Io non sono credente ma per me il cantare è sempre stata una cosa religiosa. Quando canto sono sempre in pace.

YDW: Ma è fantastico perché è come se incarnassi una dea. È così naturale, istintivo.
FW: C’è una domanda che mi fanno spesso: come ci si sente a essere una donna headliner. È una cosa che trovo curiosa perché quando mi esibisco non so davvero se sono una donna o un uomo. Mi sento a cavallo tra le due cose. Sono convinta che in ognuno di noi ci sia un lato maschile e uno femminile. Non so che energia ci sia quando sono sul palco, mi sembra quasi senza genere.
YDW: È il potere, tutti lo abbiamo dentro…
FW: Quando sono in studio, so cosa sto facendo e cosa voglio fare. Ma quando ero più giovane, soprattutto se c’era un uomo più grande, finivo sempre col fare quello che pensavo che loro volessero farmi fare – e quindi non mi stava bene niente. Poi quando sono andata a lavorare con Isa, lei mi ha fatto semplicemente sedere e fare quello che volevo al pianoforte e colpire i muri con le bacchette ed è stato da lì, da quello spazio sicuro di una collaboratrice donna, che è nato il sound dei Florence + The Machine. Sono sicura del tipo di musica che voglio fare adesso e il modo in cui voglio crearla. Ma ci è voluto un po’.

 

YDW: Siamo condizionate a non sentirci sicure di entrare in una stanza e dire ‘So quello che sto facendo’.
FW: Proprio così! Lo faccio da dieci anni ormai. E stavolta mi sono finalmente detta ‘Sì, sto co-producendo questo disco.’ Ho realizzato anche che in realtà lo avevo sempre fatto ma non sapevo che mi era permesso di scegliere il titolo [ride]. Non mi ritengo una persona rabbiosa ma spesso questo lato feroce viene fuori nella musica, nei testi o nelle canzoni e mi stupisco. Hai presente quelle emozioni che metti nel tuo lavoro ma di cui non sei consapevole nella vita di tutti i giorni?
YDW: Al 100%. Sono cresciuta in una famiglia credente e avevo nonni giamaicani. Ho imparato a reprimere qualsiasi cosa ed essere la persona più educata del mondo. Oggi se qualcosa non mi sta bene, non lo do a vedere. Ho imparato come provare una sensazione e lasciarla andare. In quel momento non stai bene ma non lo sai davvero fin quando non lo scrivi e pensi ‘Un momento, sono davvero furiosa!’
LEI MI HA FATTO SEMPLICEMENTE SEDERE E FARE QUELLO CHE VOLEVO AL PIANOFORTE E COLPIRE I MURI CON LE BACCHETTE ED È STATO DA LÌ CHE È NATO IL SOUND DEI FLORENCE + THE MACHINE

 

FW: Sì! Anche io penso “Cazzo, non lo avevo capito prima di scriverlo!” È una sorta di rivelazione che non conosci fin quando non sei dentro il processo di scrittura. Ho iniziato a guardare alla mia infanzia, che è stata molto caotica: c’è stata la morte, il divorzio e lo smembramento della famiglia, cosa che mi ha portata a un senso di vuoto.
Adoro il modo in cui usi i social; sembri così appassionata nel parlare con le persone e dare consigli. Anche io amo Instagram come un mezzo per pubblicare poesie e artwork. Ma crea dipendenza. Cerco sempre di mettere dei paletti.
YDW: Devi, perché hai bisogno di una pausa. Può rubarti il tempo. Penso che devi entrare e uscire e osservare con reale attenzione…

FW: Sono molto ansiosa ogni volta che pubblico qualcosa – sento questa vulnerabilità nel mostrare qualcosa di mio al mondo intero. [Ride] Oh mio Dio, praticamente ho questa app sul mio telefono, che è l’app della luna, e mi dice quando c’è la luna piena.

YDW: Anche io!

FW: Hai mai ricevuto messaggi strani dalla luna che dicevano tipo ‘Hai bevuto succo d’arancia scaduto oggi, eh?’ [ride tanto] E pensavo: ‘Chi scrive questi messaggi lunari?’ Perché vorrei fare quel lavoro, vorrei essere la persona che manda messaggi al posto della luna. La cosa migliore di Instagram è che Patti Smith ha un account adesso. Ho scritto una canzone che parla di lei, Patricia. Mi ha mandato un messaggio su Instagram per ringraziarmi e io; ‘Oh, è incredibile!’.

YDW: Parlando d’altro, stamattina stavo per mandarti una foto…

 

FW: Oh mio dio! Hai ricevuto i pigiami [della collezione sleepwear di Florence per Liberty London]? Sono così felice che ti piacciano. Sono sempre stata ossessionata dalle stampe Liberty, quindi mi hanno lasciato entrare nel loro archivio di fantasie del XVIII secolo e degli anni Sessanta.

YDW: Sono così belli, mi sento davvero elegante quando li indosso. Sono la cosa più carina che abbia mai avuto in casa. Mi piace anche ciò che indossi durante le tue esibizioni. Sei sempre avvolta in splendidi tessuti e sete.

FW: Lo giuro – quando ho iniziato a esibirmi ero molto disordinata. Ma ora se riesco a muovermi bene indossando qualcosa tutto va nel verso giusto.

Alessandro Michele di Gucci capisce davvero l’energia del modo in cui mi esibisco. È strano, perché non ho mai incontrato nessuno che abbia un’estetica così simile alla mia. Molte delle idee per le mie performance vengono da Otis Redding, Mick Jagger e Nick Cave, quindi delle influenze maschili. Ma poi ho sempre compensato con la femminilità degli abiti. Cercare di essere spaventosa e forte, ma in camicia da notte.

YDW: E lo adoro! Questo potere… Stai canalizzando ogni singola parte della tua energia.

FW: Stavo guardando questo documentario sui Beatles, facevano vedere un concerto con Allen Ginsberg e tutti i poeti Beat alla Royal Albert Hall negli anni ’60 e io pensavo che dovremmo proprio rifarlo! Mi piacerebbe tanto chiamare poeti come te, ascoltare le poesie. Potrei aver bisogno del tuo aiuto. Dovremmo raccogliere un bel po’ di poeti se li cerchiamo insieme…

YDW: Sì! Dio mio. Sarebbe fantastico.

FW: È deciso allora! Lo faremo! Ah bene, ti lascerò andare, ma mi manchi!

YDW: È stato un piacere. Ti auguro tanto amore!

 

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