“When I go home,
I drive past the place where I was born,
and the places I used to drink”

Nella canzone South London Forever, dal suo ultimo album High As Hope, Florence Welch rievoca la sua infanzia turbolenta, come la notte in cui si arrampicò sul tetto dell’Horniman Museum. “Come siamo arrivati lassù?” si chiede. “Credo che ci siamo arrampicati dalla strada.” La cantante 32enne si arrampica ancora. Sul palco, in qualità di front woman dei Florence + The Machine, è una valchiria dai capelli fiammeggianti e la sua voce da brividi è la sua spada.

I suoi primi tre album hanno tutti venduto milioni di copie in tutto il mondo e quello del 2015, How Big, How Blue, How Beautiful ha raggiunto la #1 negli Stati Uniti.

“Non sono mai così sicura come sembra nelle canzoni” dice.

“Come ti senti quando canti?” chiede Mason.

“Davvero in pace. È difficile da spiegare ma c’è questo senso di sentirsi protetti. E l’ho sempre pensato fin da quando ero più piccola – che la canzone sia un luogo sicuro.”

Florence vive ancora a Londra sud, non lontana dalla sua casa d’infanzia. “Sono nata a Camberwell, che è tipo a 20 minuti da qui” dice. “Londra sud in realtà è un’area molto grande.”

Anche da bambina cantava sempre: “Mia madre mi trovava sempre in una delle sue vestaglie, con succo d’arancia dentro un calice da vino cantando Billie Holliday e Nina Simone. Avevo già capito che qualunque cosa fosse avrebbe previsto alcol e tristezza, anche alle 10!”

Quando nel 2009 uscì il suo primo album, Lungs, Florence destò subito scalpore. Nel 2011 si esibì agli Oscar, cantando la canzone If I Rise, e ai Grammy, cantando Think in tributo ad Aretha Franklin.

“La carriera è stata una specie di tsunami” dice Florence. “È arrivata all’improvviso e io ci ero già dentro”. Per rimanere a galla Florence ha iniziato a dipendere sempre di più dall’alcol. Ma era brava a nasconderlo: “Le persone mi chiedevano ‘Come fai? Non dormi da due giorni!’ e io rispondevo ‘Lo so, sono invincibile.’ ”

“Beh, inizi a pensarlo, no?” chiede Mason.

“È quello il problema.”

 

I can’t help but pull the earth around me, to make my bed
And oh my love remind me, what was it that I did?
Did I drink too much?
Am I losing touch?
Did I build this ship to wreck?

La consapevolezza è arrivata nel 2014, quando Florence ha capito di dover smettere: “Dovevo incontrare me stessa, con nessuno che badasse a me. Dovevo sedermi col caos che avevo creato.”

Mason chiede: “Com’è stato l’incontro con te stessa?”

“Era davvero spaventosa!” ride.

“Eri spaventata da te stessa?”

“Ero veramente piena di dolore. Chiunque lo abbia fatto sa che l’anno in cui decidi finalmente di smettere è molto difficile perché sei confuso”.

Mentre Florence affrontava i suoi demoni, i suoi testi sono diventati più rivelatori, persino a se stessa, come il primo verso di Hunger:

At seventeen, I started to starve myself
I thought that love was a kind of emptiness
And at least I understood then the hunger I felt
And I didn’t have to call it loneliness
We all have a hunger

 

“È venuta fuori all’improvviso” dice.

“Ti ha colto di sorpresa questo?” chiede Mason.

“Ero sorpresa dal verso ‘I thought that love was a kind of emptiness’. Perché lo capivo, perché era vero.”

“Ma non è qualcosa di cui ha scritto tempo fa?”

“Mai.”

“Quando guardi alla te stessa 17enne, cosa vedi?”

“C’era una specie di guerra nel mio corpo.”

“Una guerra di che tipo?”

“Non sapevo accettarmi” risponde. “Una delle cose positive di aver dovuto scrivere di quell’argomento è che senti che la battaglia è finita.”

Proprio come è stato liberatorio scrivere Hunger, il trionfo più grande per Florence è cantarla dal vivo.

“Starsene lì così vulnerabile mentre le persone cantano con te, è stato davvero liberatorio”.