È l’inizio di aprile e Florence Welch si sente finalmente riposata. Tra un mese tornerà in tour, meravigliando interi stadi con quell’equilibrio barocco di grazia e follia che poche pop band padroneggiano così perfettamente come Florence + The Machine. Ma quando la Welch parla al Boston Globe prima della nuova leg del tour negli Stati Uniti (inclusa una data al Xfinity Center di Mansfield questo giovedì) si sta godendo una pausa nella sua casa di South London, il più lontano possibile dal palcoscenico.

“Dormo e basta” dice entusiasta la frontwoman dai capelli fiammeggianti. “Non esco di casa. I miei poveri amici mi dicono ‘Voglio vederti’ ma io non riesco a muovermi.”

Che la Welch sia famosa per il suo abbandonarsi completamente sul palco è ciò che rende i Florence + The Machine una band così potente dal vivo. Le date più recenti del tour si sono rivelate particolarmente estenuanti; questo anche perché il quarto e ultimo album di Florence, High as Hope, è anche il suo lavoro più intimo. La Welch ci ha parlato di come l’ha creato, di sobrietà e del suo turbolento ultimo decennio.

 Hai descritto High as Hope come un disco vulnerabile. Perché?

È forse il lato più reale di me rispetto a quello magico che a volte mostro nella mia musica. È basato di più sulla vita di tutti i giorni che è di per sé già vulnerabile. È molto facile nascondersi dietro metafore esoteriche ma in questo disco non l’ho fatto. È stato rimosso un intero strato. Avvicini di più le persone a te e, poiché ti hanno accettato così come sei — fallace, umano — ti senti più libero.

Disturbi alimentari, depressione, dolore, l’insopportabile solitudine di essere vivi — tu tratti un campo emotivo senza dubbio molto difficile. Dev’essere stato gratificante vedere i tuoi fan accettarlo.

Sono molto grata alla mia fan base. Sento che mi capiscono, in qualche modo. C’è un tipo di affinità per cui se vengono ai miei concerti so che darò loro tutta me stessa. Nelle canzoni dico cose che non mi sogno di dire neanche ai miei più cari amici.

High as Hope rappresenta questa articolazione ed esplorazione delle difficoltà, in un modo stupendo. È anche il primo album che hai fatto completamente da sobria. Da musicista  hai visto come alcuni nell’industria credano negli stereotipi di sesso, droga e rock’n’roll e come altri lavorino invece per liberarsene. Come è cambiato in questi ultimi dieci anni il tuo punto di vista sull’industria musicale e il tuo ruolo al suo interno?

Avevo decisamente creduto all’idea del rock ’n’roll. Ho creduto che se avessi potuto divertirmi più di chiunque altro, sarei stata ancora più rock’n’roll. Prima che tutto degenerasse, mi piaceva. Prima che tutto andasse tutto a rotoli, pensavo di essere proprio brava. Ed è questo il problema nel pensare di essere bravissimi a far festa, cioè che, in realtà, probabilmente non lo sei. Non va bene restare svegli per una settimana quando saresti dovuta uscire solo una sera.

Ma quando è questo ciò che ti circonda costantemente, è più difficile tirarsene fuori.

Sono cresciuta nel sud di Londra in una scena dove girava molto alcool, ed è così che ho capito cosa è la performance. Eri il più ubriaco possibile, ti ritrovavi con un secchio di vernice in mano, potevi avere o meno una band, ma ti esibivi e basta. Lungs era questo. Cercavo solo di bere più di tutti i ragazzi. Avevo un discreto successo, devo ammetterlo. Era motivo d’orgoglio per me che, in un ambiente così maschilista, potevo bere più di tutti loro. Ma ho dovuto “disimpararlo”. Volevo essere una di quelle persone che non se ne fregava nulla, che non si preoccupava di quello che aveva fatto la notte prima al punto di svenire. È questa l’idea del rock ‘n’ roll, che non ti deve fregare niente.

E quella non eri tu.

Ci tenevo così tanto! Ero così sensibile e fragile e cercavo di rimuovere questo lato di me. Non capivo quanto fossi sensibile e non l’ho percepito del tutto fin quando non ho realizzato che si può essere femminili, emotive e sensibili ed essere comunque un’headliner. Puoi indossare chiffon e stare comunque lassù con gli uomini. È stato terapeutico, credo. Ero anche nervosa del fatto che il mio caos fosse la mia creatività, del fatto che fossero interconnessi e che senza dolore non sarei stata capace di fare nulla.

How Big, How Blue, How Beautiful è stato creato durante un’alternanza di periodi di sobrietà ed ebbrezza. C’è molta disperazione in quell’album – “Sarò libera e starò bene, ma forse non stanotte”. Finalmente per quel disco ho fatto un tour da sobria ma, nel periodo precedente, scrivevo canzoni mentre entravo e uscivo ciclicamente da questo loop da incubo e poi il primo giorno in cui abbiamo iniziato a registrare il disco è stato durante la prima settimana in cui ero sobria. È stato terribile. [Ride] Davvero brutto.

Ma sembra anche che tu sia diventata più onesta con te stessa nell’allontanarti da quello stile di vita.

Tutto il tour di How Big, How Blue, How Beautiful è stato una specie di catarsi perché, in tour da sobria, tutto era una novità. Mi ha proprio fatto ritornare me stessa. Quando ho iniziato a registrare High as Hope avevo già un paio d’anni di sobrietà alle spalle. E non c’è niente come la libertà creativa che ciò mi ha donato. È come se avessi fatto di nuovo il mio primo album.

Verso la fine dell’alcolismo, quando ero davvero in una brutta situazione, mi presentavo in studio il giorno sbagliato, in lacrime, tirando dolorosamente canzoni fuori da me stessa. Stavolta potevo andare in studio e avere di nuovo la mia autonomia creativa. Le canzoni venivano fuori da sole. Scrivevo poesie. Sono riuscita a farcela nonostante i miei demoni, non per merito loro.

High as Hope sembra riguardare proprio questo, vedere la luce in fondo al tunnel.

Quando inizi a farlo per la tua vita, cambia tutto. È una specie di miracolo. Penso davvero di aver quasi buttato via quello che mi era stato dato. Ed è meraviglioso essere tornata.

 

Original article by Isaac Feldberg for The Boston Globe. Read HERE